venerdì 15 aprile 2016

Ade e Persefone Interpretazione del Mito



Ade e Persefone Interpretazione del Mito

Demetra, figlia di Crono e di Rea era la madre di Persefone, avuta dal fratello Zeus. Un giorno 
Persefone, mentre coglieva dei fiori con altre compagne si allontanò dal gruppo e all’improvviso la terra si aprì e dal profondo degli abissi apparve Ade, dio dell’oltretomba e signore dei morti che la rapiva perché da tempo innamorato di lei. Il rapimento si era compiuto grazie al volere di Zeus che aveva dato il suo consenso ad Ade per compiere la violenta azione amorosa. Demetra, accortasi che Persefone era scomparsa, per nove giorni corse per tutto il mondo alla ricerca della figlia sino alle più remote regioni della terra. Ma per quanto cercasse, non riusciva ne a trovarla, 
ne ad avere notizie del suo rapimento. 



All’alba del decimo giorno venne in suo aiuto Ecate, che aveva udito le urla disperate della fanciulla 
mentre veniva rapita ma non aveva fatto in tempo a vedere il volto del rapitore e suggerì pertanto a 
Demetra di chiedere a Elios, il Sole. E così fu. Elios disse a Demetra che a rapire la figlia era stato Ade. Inutile descrivere la rabbia e l’angoscia di Demetra, tradita dalla sua stessa famiglia di olimpici. Demetra abbandonò l’Olimpo e per vendicarsi, decise che la terra non avrebbe più dato frutti ai mortali così la razza umana si sarebbe estinta nella carestia. In questo modo gli dei non avrebbero più potuto ricevere i sacrifici votivi degli uomini di cui erano tanto orgogliosi. Si mise quindi la dea a vagare per il mondo per cercare di soffocare la sua disperazione, sorda ai lamenti degli dei e dei mortali che già assaporavano l’amaro gusto della carestia. Il suo pellegrinaggio la portò a Eleusi, in Attica, sotto le spoglie di una vecchia, dove regnava il re Celeo con la sua sposa Metanira. Demetra fu accolta benevolmente nella loro casa e divenne la nutrice del figlio del re, Demofonte. Col tempo Demetra si affezionò al fanciullo che faceva crescere come un dio, nutrendolo, all’insaputa dei genitori, con la divina ambrosia, il nettare degli dei. Attraverso Demofonte la dea riusciva in questo modo a saziare il suo istinto materno, soffocando il dolore per la perduta figlia. Decise anche di donare a Demofonte l’immortalità e di renderlo pertanto simile a un dio ma, mentre era intenta a compiere i riti necessari, fu scoperta da Metanira, la 
madre di Demofonte. A quel punto Demetra, abbandonò le vesti di vecchia e si manifestò in tutta la sua divinità facendo risplendere la reggia della sua luce divina. Delusa dai mortali che non avevano gradito il dono che voleva fare a Demofonte, si rifugiò presso sulla sommità del monte Callicoro dove gli stessi Eleusini gli avevano nel frattempo edificato un tempio. Il dolore per la scomparsa della figlia, adesso che non c’era più Demofonte a distrarla, ricominciò a farsi sentire più forte che mai e a nulla valevano le suppliche dei mortali che nel frattempo venivano decimanti dalla carestia. Alla fine Zeus, costretto a cedere alle suppliche dei mortali e degli stessi dei, inviò Ermes, il messaggero degli dei, nell’oltretomba da Ade, per ordinargli di rendere Persefone alla madre. Ade, inaspettatamente, non recriminò alla decisione di Zeus ma anzi esortò Persefone a fare ritorno dalla madre. L’inganno era in agguato. Infatti Ade, prima che la sua dolce sposa salisse sul cocchio di Ermes, fece mangiare a Persefone un seme di melograno, compiendo in questo modo il prodigio che le avrebbe impedito di rimanere per sempre nel regno della luce. Grande fu la commozione di Demetra quando rivide la figlia e in quello stesso istante, 
la terrà ritornò fertile e il mondo riprese a godere dei suoi doni. Solo più tardi Demetra scoprì l’inganno teso da Ade: avendo Persefone mangiato il seme di melograno nel regno dei morti, era costretta a farvi ritorno, ogni anno, per un lungo periodo. Questo infatti era il volere di Zeus. Fu così allora che Demetra decretò che nei sei mesi che Persefone fosse stata nel regno dei morti, nel mondo sarebbe calato il freddo e la natura si sarebbe addormentata, dando origine all’autunno e all’inverno, mentre nei restanti sei mesi la terra sarebbe rifiorita, dando origine alla primavera e all’estate.

All’inizio di questo mito incontriamo la figura di Kore. Kore è il simbolo della fanciulla, indifesa e ignara del mondo maschile, immersa nella natura materna e protettiva. Tutte le donne vivono questo “candore innocente” durante l’adolescenza, che ci coglie successivamente anche in diverse fasi della nostra vita, ad esempio quando ci innamoriamo. Alla vigilia di un nuovo amore ci sentiamo scisse tra desiderio e paura, torniamo a sentirci indifese e bambine, da un lato spinte a lasciarci andare al sentimento e dall’altra in preda all’angoscia di smarrirci per sempre. Kore rappresenta quindi le nostre caratteristiche poco strutturate e la scarsa capacità difensiva, che si presenta anche nelle donne adulte che hanno già integrato molti aspetti del proprio Animus. Quando si è Kore si vive in uno stato di inconsapevolezza, del tutto sommerse dall’inconscio. L’incontro con Ade, è quindi l’incontro con la passione, che induce a perdersi e a ritrovarsi inevitabilmente diverse. 
Ma è solo grazie al rapimento ed al suo trascinamento negli abissi, che Kore può trasformarsi in Persefone, la sposa degli inferi.

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sabato 2 aprile 2016

Giappone : sesso onirico



Bordelli che si specializzano offrendo ragazze addormentate; 
cataloghi di bambole dagli occhi chiusi. 

In Giappone la sonnofilia piace, piace il sesso onirico

Yume (sogno), della O I

La sonnofilia è l’attrazione verso un partner addormentato o incosciente. Piace ai maschi giapponesi 
per i quali si moltiplicano bordelli specializzati. E piace all’industria del silicone che sforna a spron 
battuto sempre nuovi modelli di bambole che raffigurano ragazze addormentate, da tenere con sé, 
contemplare, accarezzare.

Ne parla Agnès Giard nel suo blog su «Libération» dal nome quanto mai eloquente - Les 400 Culs -, 
che ricalca il titolo del celebre film di François Truffaut. Agnès Giard è scrittrice, giornalista e 
antropologa, si interessa al Giappone da sempre, con uno sguardo curioso e smaliziato alle sue 
abitudini e inquietudini sessuali.

La sonnofilia imperversa dunque sotto il Sol levante. Una fantasia onirica che ha spinto molti tenutari di bordelli a specializzarsi per offrire questa variante al più comune consumo sessuale: club in cui i clienti pagano per toccare una prostituta che si finge addormentata. La finzione è tutto, permette al cliente di percorrere un’esperienza onirica della quale si fa protagonista, e sentirsi padrone della scena, in tutti i sensi. È un set cinematografico quello che per il cliente maschio viene infatti riprodotto: l’uomo è condotto sin davanti alla porta che apre “di nascosto”; la donna si presenta nella “sua” camera da letto abbigliata da studentessa o in pigiama, ma comunque discinta; apparentemente abbandonata in un sonno dal respiro profondo, inerme. L’uomo può allora toccarla, carezzarla, approfondire tra le pieghe del corpo di lei che prenderà a gemere tanto più quelle carezze si faranno precise. Non vi sarà penetrazione, poiché il piacere deve rimanere circoscritto al sonno di lei, alla sua immobilità e sottomissione, alla finzione di una segretezza che trascende l’anonimato del cliente, al quale viene offerta l’immaginazione di carezze furtive, di cui anche la ragazza non avrà memoria.


La sonnofilia, ricorda Agnès Giard, è topos di libertà ripreso in storiche stampe erotiche aventi per 
soggetto donne addormentate e uomini che entrano di soppiatto, sesso carpito nell’incoscienza di lei. 

Ma anche uno stato onirico che consente a uomini e donne di consumare esperienze nella finzione di 
poterle poi negare, poiché avvenute in uno stato di sonno, o di narcosi, di incoscienza appunto.

C’è in questo piacere il limite della bellezza incontaminata che tale deve restare, per questo anche la 
penetrazione è bandita, o perlomeno non contemplata. C’è in questo piacere una sorta di 
sadomasochismo che limita il possesso dell’altro al solo sguardo, alle carezze, a un potere contenuto 
sul corpo femminile inerme, che non deve essere violato.

La purezza deve essere difesa e preservata, il piacere stesso trattenuto. È in quest’alveo che la finzionedella bambola trova il suo successo di vendite. Del resto neanche le donne che si sottopongono a questa pratica sono attive e propositive. Un sonno talmente profondo da sembrare morte e che avvicina la sonnofilia alla necrofilia lascia anche intendere che un corpo ben modellato, in silicone, può bastare al gioco onanista. I cataloghi si moltiplicano e offrono modelli di diversi tipi, ragazze svestite con le palpebre rigorosamente chiuse: una di esse (della Orient Industry) 
non a caso si chiama Yume (sogno).

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