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martedì 14 giugno 2016

Femminicidio l'Uomo Padrone è Finito


Femminicidio, dal raptus alla separazione
 fino al demonio: non è mai colpa degli uomini

“E’ chiaro contro cosa stiamo combattendo?” Se lo domanda indignata Michela Murgia in un post su 
Facebook. E’ una domanda che dovremmo farci tutti, uomini e donne, laici e credenti se Don Tonino 
Maria Nisi, parroco di Taranto, celebrando il funerale di Luigi Alfarano, suicida dopo aver assassinato, il 7 giugno scorso, la moglie – Federica De Luca, di 30 anni, e il figlio Andrea di 4 anni, ne ha esaltato le qualità morali. Quel “brav’uomo, dipendente amministrativo dell’Associazione nazionale tumori” (l’Ant, ndr) nel 2014 aveva patteggiato un anno e otto mesi di reclusione per atti sessuali e violenza privata nei confronti di una giovane promoter della Onlus, di cui Alfarano era coordinatore delle attività promozionali. Don Tonino, tra gli applausi dei fedeli in chiesa, ha garantito – come riporta Il Quotidiano di Puglia – che l’uomo andrà dritto filato in Paradiso perché è stato il demonio ad armare la mano del 50enne e “il Signore lo sa e nessuno può permettersi di fare una graduatoria di buoni o cattivi”. E quindi semaforo verde per il Regno dei Cieli, in contemplazione dell’Altissimo, magari accanto a Santi e Beati.

Il parroco, durante  l’omelia, dimenticando due vite spezzate, ha parlato di quanto Luigi Alfarano fosse “disperato e ferito” per l’imminente separazione e ha parlato di “tragedia familiare” giustificando così le sue parole: “Non si possono fare i processi in Chiesa”. E’ vero, nessuno si aspetta che si celebrino dei processi in Chiesa, ma nemmeno che si pronunci una sfacciata solidarietà con un uomo che ha massacrato la moglie e il figlio. Sarebbe stato opportuno il silenzio della pietà, senza far scomparire la violenza di un uomo, l’ennesima dall’inizio dell’anno, dietro il paravento estetizzante della tragedia e della sofferenza per poi esaltare le qualità morali di un killer. Ripugnano le parole del parroco e con sconforto ci rendono chiara una cosa: quanto più si denuncia e si svela l’esercizio atavico della violenza maschile contro le donne, tanto più le resistenze al cambiamento vengono fuori, sempre più prepotenti e scoperte. Tanto palesi quanto oscene. Nell’omelia del parroco,  nelle parole del presidente dell’associazione presso cui Alfarano svolgeva il suo lavoro, nell’applauso corale dei presenti in Chiesa, 
emerge quella atavica cultura del “non desiderare la moglie e la roba d’altri”, scritta nei 10 
comandamenti, che equipara la donna a una cosa da possedere insieme ai figli, e di cui disporre a 
piacimento, fino a esercitare su di essa il diritto di morte. Costola di Adamo, orpello di un’esistenza 
valorizzata solo se votata alla relazione con un uomo o alla cura dei figli.

Don Tonino Maria Nisi ha accompagnato fra un “amen” e “così sia”, la scomparsa e il senso 
dell’esistenza di una donna e di un bambino. Vite che erano già state inghiottite, prima dall’ego di un 
patriarca e poi dalla violenza del suo gesto che, certamente, non meritava alcuna benedizione. Lo 
abbiamo sempre detto che le collusioni con i violenti non sono delle donne che ne subiscono la 
distruttività ma dell’intera società.

Nel 1981 questo Paese ha abolito il delitto d’onore dal codice penale ma non lo ha abolito 
dall’immaginario, dalla cultura e dalle menti delle persone, sia uomini che donne. Se non è il demonio a uccidere, il raptus, il tradimento, la separazione o la semplice provocazione, può essere persino il dolore mistico. Con queste parole, un anno fa, Kiko Arguelo al Family day di Roma, suscitò proteste e indignazione per le parole indulgenti e comprensive rivolte all’uomo che aveva ucciso la compagna e i figli perché “sentiva la morte talmente profonda che il primo moto è stato quello di ucciderla, perché il dolore che prova è quasi mistico”. Nel dicembre del 2012, don Piero Corsi, parroco di San Terenzo, in provincia di La Spezia, venne contestato e convocato dal vescovo perché aveva affisso un volantino 
nella bacheca della sua chiesa invitando le donne vittime di stupro a “farsi un esame di coscienza“. Poi si era blandamente scusato.

Nelle chiese, negli uffici delle forze dell’ordine, nelle aule dei tribunali, nelle redazioni dei giornali, nelle strade come nelle case, in ogni luogo va ribadito che la vita e la soggettività delle donne vanno 
rispettate insieme ai loro “basta” e ai loro “no”. E che uccidere una donna è solo atto di barbarie e  
inciviltà: tutte e tutti, dobbiamo avere ben chiaro contro cosa e contro chi stiamo combattendo.

MA CHE NE SA UN PRETE DELLA FAMIGLIA
UCCIDERE E' UN REATO ALTRO CHE
PARADISO
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