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mercoledì 19 febbraio 2020

Rula Jebreal: Monologo sul Femminicidio

Rula Jebreal: Monologo sul Femminicidio


La giornalista Palestinese ha ricordato il suicidio della madre,
 stuprata da un uomo che conosceva. 
In lacrime ha detto : lotto per me , per lei e per mia figlia


Era molto attesa Rula Jebreal una giornalista intelligente, volitiva, bella, indipendente. Una donna che ovunque è andata negli anni ha sollevato polemiche perchè dice quel che pensa, perchè è libera. Del suo monologo si parlava tantissimo ancor prima di essere pronunciato. E ha superato le aspettative: durissimo, mentre raccontava il suicidio della madre, stuprata e brutalizzata da un uomo che conosceva bene. Parole dure, commoventi, che hanno fatto piangere tante donne in platea e a casa. Rula bellissima «con il mio abito migliore», ha regalato emozioni fortissime al Festival di Sanremo. Inaspettate per la forza e la portata del messaggio.

Jebreal che per tutta la serata era stata sorridente e aveva svolto il suo ruolo di co-conduttrice con garbo ed eleganza, verso la mezzanotte ha preso quello spazio sul palco per parlare a tutti donne e uomini. Aveva davanti a sè due libri, uno nero, con le parole della realtà e uno bianco con testi di canzoni meravigliose. Rula parte dalla realtà, dalle parole che feriscono. «Che biancheria aveva quella sera?» e «trova sexy un uomo coi jeans?» . «Se le donne non vogliono essere stuprate devono smettere di essere poco di buono». Ecco queste sono solo alcune delle frasi rivolte alle donne vittime di violenza sessuale che si ascoltano nelle aule del tribunale. «Noi donne non siamo mai innocenti - prosegue Rula - o perchè abbiamo denunciato troppo tardi o troppo presto, o perchè siamo troppo belle o troppo brutte, o disinibite e ce la siamo voluta».

Legge alcuni versi del meraviglioso testo «La cura» di Battiato

È un crescendo di commozione e durezza. La voce di Rula lentamente si incrina. Jebreal racconta di sè, della sua infanzia, del suo dolore immenso: «Sono cresciuta in un orfanotrofio con altra bambine, tutte le sere raccontavamo una storia ed erano favole tristi , ci raccontavano delle nostre madri spesso stuprate, torturate, uccise». Rula elenca i numeri agghiaccianti dei femminicidi in Italia: negli ultimi 3 anni 3 milioni di donne hanno subito violenza. Sei donne sono state uccise solo la scorsa settimana e nell 80 per cento dei casi il carnefice abitava in casa».

Il suo monologo è stato il momento più toccante della prima serata del Festival di Sanremo. Rula Jebreal ha sbaragliato tutti parlando delle donne vittime di violenza senza essere mai banale. E il giorno dopo svela alcuni retroscena sulla polemiche che hanno accompagnato la sua presenza sul palco accanto ad Amadeus.

«Le polemiche di Lega e Fratelli d'Italia mi hanno lasciato scioccata, qualcuno era persino per il contradditorio. Dalla Rai ho ricevuto grande sostegno e una libertà totale. Il direttore di Ra1 mi ha commosso e sostenuto fino in fondo». E poi rivela che il monologo recitato, citando i testi di alcune tra le canzoni italiane più famose, da La Cura di Battiato alla Donna Cannone di De Gregori, è stato scritto con la giornalista Selvaggia Lucarelli: «Mi ha aiutato a dire le cose giuste». 

Rula Jebreal, ecco cosa ha detto. «Troppe donne stuprate due volte, come mia madre»

«Rula appare battagliera - dice la Lucarelli - ieri è uscita la sua vera anima».
 «Dire quelle parole è stata dura - ammette Rula - ma l'energia in sala era bellissima».

«Tutto è nato da una telefonata che mi ha fatto Rula la settimana 
scorsa nella quale mi diceva che le piace come
scrivo e mi ha voluto incontrare. Mi ha parlato di quello che voleva dire, quello che voleva raccontare, mi ha fatto leggere quello che era stato già buttato giù dagli autori Rai, e man mano abbiamo costruito insieme il testo che poi Rula ha letto e interpretato a Sanremo». Così  Selvaggia Lucarelli racconta come è nata la collaborazione con Rula Jeabreal.
«Molto ha fatto la sua interpretazione e la sua commozione, la forza della sua storia. - continua Lucarelli - Credo che Rula abbia compreso che dieci minuti da sola sul palco di Sanremo voleva dire avere l'occasione di poter dire qualcosa di forte, di poter lanciare un messaggio forte a tantissime persone in un contesto giusto, di silenzio di attenzione e un poco solenne come quello di Sanremo quando si spengono le luci»
«Rula ha compreso che le sue parole non potevano essere sbiadite - dice ancora Lucarelli - ha scelto di scoprirsi , di raccontare la cosa più dolorosa e più importante della sua vita a milioni di persone e ho apprezzato il suo coraggio, la sua forza di arrivare fino in fondo. Lei tanto battagliera, tanto ferma nel suo lavoro di giornalista ha tirato fuori la sua fragilità ed è stato bellissimo. Ha poi avuto la forza di non piangere durante il monologo, ma io mi sono commossa come tanti, tantissimi altri in sala e credo anche a casa».
«Altre, future collaborazioni? Non lo so, lei vive a New York io qui, - conclude Lucarelli - ci siamo sentite anche poco fa e abbiamo deciso per il momento di prendere un caffè insieme: c'è tanto affetto reciproco e tanto rispetto, vedremo».

ECCO IL TESTO INTEGRALE

Lei aveva la biancheria intima quella sera?

-Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?

-Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans?

-Se le donne non vogliono essere sfruttare devono smetterla di vestirsi da poco di buono.

Queste sono solo alcune delle domande poste in un’aula di tribunale a due ragazze che in Italia, non molto tempo fa, hanno denunciato una violenza sessuale. Domande insinuanti, melliflue, che sottintendono una verità amara, crudele: noi donne non siamo mai innocenti. Non lo siamo perché abbiamo denunciato troppo tardi, perché abbiamo denunciato troppo presto, perché siamo tropo belle o troppo brutto perché eravamo troppo disinibite e ce la siamo voluta.

“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo.

Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te.”

Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine. La sera, una per volta, noi bambine raccontavamo una storia, le nostre storie. Erano una specie di favole tristi. Non favole di mamme che conciliano il sonno, ma favole di figlie sfortunate, che il sonno lo toglievano. Ci raccontavamo delle nostre madri: torturate, uccise, violentate.

Ogni sera, prima di dormire, ci liberavamo tutte insieme di quelle parole di dolore. Io amo le parole. Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere nelle parole e non ai fucili, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Anche e soprattutto per le donne. Ma poi ci sono i numeri.

E in Italia, in questo magnifico Paese che mi ha accolto, i numeri sono spietati: ogni 3 giorni viene uccisa una donna, 6 donne sono state uccise la scorsa settimana. E nell’85% dei casi, il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa. Ci sono le sue impronte sullo zerbino, l’ombra delle sue labbra sul bicchiere in cucina.

“Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno

Giuro che lo farò

E oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro io volerò

Quando la donna cannone

D’oro e d’argento diventerà

Senza passare dalla stazione

L’ultimo treno prenderà”.

Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha preso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata, dandosi fuoco. Ma il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato la sua tortura. Perché mia madre Nadia fu stuprata e brutalizzata due volte: a 13 anni da un uomo e poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare. Le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei, mentre le fiamme mangiavano il suo corpo, aveva le chiavi di casa.

“Sally ha patito troppo

Sally ha già visto che cosa

Ti può crollare addosso

Sally è già stata punita

Per ogni sua distrazione o debolezza

Per ogni candida carezza

Data per non sentire l’amarezza”

Quante volte siamo state Sally? Mentre Franca Rame veniva violentata il 9 marzo del 1973, cercò salvezza nella musica. “Devo stare calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città, alle parole delle canzoni, devo stare calma”, recitava nel suo potente monologo “Lo stupro”, in cui ripercorreva quel fatto drammatico. Le parole delle canzoni possono essere messaggi d’amore e di salvezza.  Io sono diventata la donna che sono perché lo dovevo a mia madre, lo devo a mia figlia che è seduta in mezzo a voi. Lo dobbiamo tutte, tutti, a una madre, una figlia, una sorella, al nostro paese, anche agli uomini, all’idea stessa di civiltà e uguaglianza. 
All’idea più grande di tutte: quella di libertà.

Parlo agli uomini, adesso. Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere: madri di dieci figli e madri di nessuno, casalinghe e carrieriste, madonne e puttane, lasciateci fare quello che vogliamo del nostro corpo e ribellatevi insieme a noi, quando qualcuno ci dice cosa dobbiamo farne. Siate nostri complici. E quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare ciò che è accaduto?”

“C’è un tempo bellissimo, tutto sudato

Una stagione ribelle

L’istante in cui scocca l’unica freccia

Che arriva alla volta celeste

E trafigge le stelle

È un giorno che tutta la gente

Si tende la mano

È il medesimo istante per tutti

Che sarà benedetto, io credo

Da molto lontano”.

Sono stata scelta stasera per celebrare la musica e le donne, ma sono qui per parlare delle cose di cui è necessario parlare. Certo ho messo un bel vestito. Domani chiedetevi pure al bar “Com’era vestita Rula?”. Che non si chieda mai più, però, a una donna che è stata stuprata: “Com’era vestita, lei, quella notte?”. Mia madre ha avuto paura di quella domanda. Mia madre non ce l’ha fatta. E così tante donne. E noi non vogliamo più avere paura. Vogliamo essere amate. Lo devo a mia madre, lo dobbiamo a noi stesse, alla nostre figlie. Nessuno può permettersi il diritto di addormentarci con una favola. Vogliamo essere note, silenzi, rumori, libere nel tempo e nello spazio. 
Vogliamo essere questo: musica.

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architettato da alcuni ufficiali dei Carabinieri per...








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lunedì 15 maggio 2017

Femminicidio


Un nuovo reato nell’era moderna.
Il termine femminicidio, nella sua accezione contemporanea, è un neologismo che identifica i casi di 
omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi basati sul genere. 
Esso costituisce dunque un sottoinsieme della totalità dei casi di omicidio aventi un individuo di 
sesso femminile come vittima. Un aspetto spesso comune a tale tipologia di crimini è la sua maturazione 
in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali più o meno stabili. Il significato di tale 
neologismo è definito come: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in 
nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione 
e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

La questione della violenza sia fisica che sessuale sulle donne è 
di strettissima attualità. La cronaca riporta quotidianamente episodi che hanno per oggetto violenze e 
delitti le cui vittime sono donne: ferite, violentate o uccise. La maggior parte di questi crimini avvengono 
per mano di mariti, compagni, padri, fratelli, persone conosciute dalle loro vittime, che, per il legame 
familiare e sentimentale che hanno con esse, dovrebbero amarle e proteggerle. Le donne, infatti, 
vedono violate la propria libertà, dignità ed uguaglianza e molto spesso per paura non denunciano i loro 
aguzzini, dato il legame intrafamiliare tra autore e vittima appunto, facendo sì che questi episodi 
rimangano isolati entro le mura domestiche, accrescendo dunque, anche, il “numero oscuro” di casi che 
si verificano realmente.

Purtroppo, le donne spesso fanno confusione fra amore e violenza rifiutandosi di denunciare per non 
scombussolare gli equilibri della famiglia: sono infatti pochissime le donne che trovano la forza di 
“ribellarsi” e denunciare, circa il 5%; le altre hanno paura, vergogna e non capendo la gravità del 
problema preferiscono tacere. I dati ci confermano che è proprio l’ambiente domestico il luogo dove la 
donna rischia maggiormente la vita, ed è il rapporto più intimo come quello di coppia che può esserle 
fatale (31%). In Italia sono quasi 7 milioni le donne che tra i 16 e i 70 anni hanno subito nel corso della 
loro vita una forma di violenza, che sia fisica o sessuale, dentro e/o fuori dalla famiglia.

I numeri dovrebbero farci riflettere e forse dovremmo capire che il femminicidio non è un’emergenza 
occasionale né tantomeno un fatto privato, ma una vera e propria tragedia sociale cronica ormai 
strutturale del nostro Paese. Fortunatamente nel corso degli anni le normative e le leggi che regolano e 
puniscono questi reati sembra abbiano fatto passi avanti, sia nell’individuazione stessa del fenomeno 
(tramite taluni particolari accorgimenti) sia nella proporzionalità delle pene rispetto ai crimini commessi.

Parlando con l’autore ho avuto modo di fare chiarezza rispetto alle motivazioni che lo hanno spinto a 
scrivere di un tema così caldo e delicato; spesso ci troviamo a leggere dei report, saggi o romanzi 
rispetto a problematiche di questo tipo, che riguardano appunto le donne, scritti proprio per mano di 
queste stesse, che possono essere soggetti-oggetti dei racconti. La mia curiosità dunque era quella di 
cercare di capire i motivi che stanno alla base di questa pubblicazione e al contempo capire quanto il 
vissuto personale dell’autore si intrecci, o si sia intrecciato con queste problematiche di violenza di 
genere (viste anche le pubblicazioni precedenti riguardanti lo stalking). Sicuramente la sensibilità del 
Nostro nasce dalle sue esperienze personali: traspare infatti dalle sue parole il voler informare e parlare 
di questa piaga dopo aver vissuto, seppur indirettamente, le pene che queste violenze possono 
causare: “sono cresciuto senza figura maschile solo con donne, mamma e nonna, ho visto come erano 
trattate dal mondo maschile… commenti e azioni pesanti sulla mia povera mamma perché una delle 
prime separate in Italia.”


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martedì 14 giugno 2016

Femminicidio l'Uomo Padrone è Finito


Femminicidio, dal raptus alla separazione
 fino al demonio: non è mai colpa degli uomini

“E’ chiaro contro cosa stiamo combattendo?” Se lo domanda indignata Michela Murgia in un post su 
Facebook. E’ una domanda che dovremmo farci tutti, uomini e donne, laici e credenti se Don Tonino 
Maria Nisi, parroco di Taranto, celebrando il funerale di Luigi Alfarano, suicida dopo aver assassinato, il 7 giugno scorso, la moglie – Federica De Luca, di 30 anni, e il figlio Andrea di 4 anni, ne ha esaltato le qualità morali. Quel “brav’uomo, dipendente amministrativo dell’Associazione nazionale tumori” (l’Ant, ndr) nel 2014 aveva patteggiato un anno e otto mesi di reclusione per atti sessuali e violenza privata nei confronti di una giovane promoter della Onlus, di cui Alfarano era coordinatore delle attività promozionali. Don Tonino, tra gli applausi dei fedeli in chiesa, ha garantito – come riporta Il Quotidiano di Puglia – che l’uomo andrà dritto filato in Paradiso perché è stato il demonio ad armare la mano del 50enne e “il Signore lo sa e nessuno può permettersi di fare una graduatoria di buoni o cattivi”. E quindi semaforo verde per il Regno dei Cieli, in contemplazione dell’Altissimo, magari accanto a Santi e Beati.

Il parroco, durante  l’omelia, dimenticando due vite spezzate, ha parlato di quanto Luigi Alfarano fosse “disperato e ferito” per l’imminente separazione e ha parlato di “tragedia familiare” giustificando così le sue parole: “Non si possono fare i processi in Chiesa”. E’ vero, nessuno si aspetta che si celebrino dei processi in Chiesa, ma nemmeno che si pronunci una sfacciata solidarietà con un uomo che ha massacrato la moglie e il figlio. Sarebbe stato opportuno il silenzio della pietà, senza far scomparire la violenza di un uomo, l’ennesima dall’inizio dell’anno, dietro il paravento estetizzante della tragedia e della sofferenza per poi esaltare le qualità morali di un killer. Ripugnano le parole del parroco e con sconforto ci rendono chiara una cosa: quanto più si denuncia e si svela l’esercizio atavico della violenza maschile contro le donne, tanto più le resistenze al cambiamento vengono fuori, sempre più prepotenti e scoperte. Tanto palesi quanto oscene. Nell’omelia del parroco,  nelle parole del presidente dell’associazione presso cui Alfarano svolgeva il suo lavoro, nell’applauso corale dei presenti in Chiesa, 
emerge quella atavica cultura del “non desiderare la moglie e la roba d’altri”, scritta nei 10 
comandamenti, che equipara la donna a una cosa da possedere insieme ai figli, e di cui disporre a 
piacimento, fino a esercitare su di essa il diritto di morte. Costola di Adamo, orpello di un’esistenza 
valorizzata solo se votata alla relazione con un uomo o alla cura dei figli.

Don Tonino Maria Nisi ha accompagnato fra un “amen” e “così sia”, la scomparsa e il senso 
dell’esistenza di una donna e di un bambino. Vite che erano già state inghiottite, prima dall’ego di un 
patriarca e poi dalla violenza del suo gesto che, certamente, non meritava alcuna benedizione. Lo 
abbiamo sempre detto che le collusioni con i violenti non sono delle donne che ne subiscono la 
distruttività ma dell’intera società.

Nel 1981 questo Paese ha abolito il delitto d’onore dal codice penale ma non lo ha abolito 
dall’immaginario, dalla cultura e dalle menti delle persone, sia uomini che donne. Se non è il demonio a uccidere, il raptus, il tradimento, la separazione o la semplice provocazione, può essere persino il dolore mistico. Con queste parole, un anno fa, Kiko Arguelo al Family day di Roma, suscitò proteste e indignazione per le parole indulgenti e comprensive rivolte all’uomo che aveva ucciso la compagna e i figli perché “sentiva la morte talmente profonda che il primo moto è stato quello di ucciderla, perché il dolore che prova è quasi mistico”. Nel dicembre del 2012, don Piero Corsi, parroco di San Terenzo, in provincia di La Spezia, venne contestato e convocato dal vescovo perché aveva affisso un volantino 
nella bacheca della sua chiesa invitando le donne vittime di stupro a “farsi un esame di coscienza“. Poi si era blandamente scusato.

Nelle chiese, negli uffici delle forze dell’ordine, nelle aule dei tribunali, nelle redazioni dei giornali, nelle strade come nelle case, in ogni luogo va ribadito che la vita e la soggettività delle donne vanno 
rispettate insieme ai loro “basta” e ai loro “no”. E che uccidere una donna è solo atto di barbarie e  
inciviltà: tutte e tutti, dobbiamo avere ben chiaro contro cosa e contro chi stiamo combattendo.

MA CHE NE SA UN PRETE DELLA FAMIGLIA
UCCIDERE E' UN REATO ALTRO CHE
PARADISO
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sabato 24 novembre 2012

Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne



La giornata del 25 novembre è fondamentale per ricordare alla politica che più del 70% delle donne nel mondo sono state vittime nel corso della loro vita di violenza fisica o sessuale da parte di uomini.

Domenica 25 novembre è la Giornata Mondiale della Violenza sulle Donne, presentata dall'Onu, martedì scorso a New York, come la Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
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Michelle Bachelet, Vice Segretario Generale e Direttore Esecutivo di UN Women, l'agenzia che l'ONU ha istituito di recente, ha affermato che, sebbene ci siano stati notevoli progressi nelle politiche nazionali, molto rimane ancora da fare. Più di cento paesi sono privi di una legislazione specifica contro la violenza domestica e più del 70% delle donne nel mondo sono state vittime nel corso della loro vita di violenza fisica o sessuale da parte di uomini. 
La violenza, ha aggiunto il direttore, influendo negativamente sui risultati scolastici delle donne, sulle loro capacità di successo lavorativo e sulla loro vita pubblica, allontana progressivamente le società dal conseguimento dell'obiettivo dell'uguaglianza di genere. La Bachelet si è impegnata a cercare un finanziamento di cento milioni di dollari l'anno entro il 2015, da destinare al Fondo fiduciario per porre fine alla violenza contro le donne.
Concordando sull'importanza ricoperta dai modelli femminili nell'eliminazione della violenza perpetrata contro le donne, la Bachelet ha detto di guardare agli ufficiali di polizia donna e alle donne soldato come esempi positivi. "Sono modelli di donne forti e dimostrano che le donne hanno le capacità per agire. Nel mondo occorrono cambiamenti culturali per smettere di guardare alle donne come cittadine di seconda classe. Dobbiamo creare una cultura di rispetto", ha concluso Michelle Bachelet.
Quest'anno sono già 103 le donne uccise in Italia. Purtroppo, solo ipoteticamente, perché non esistono dati ufficiali (scarso interesse della politica?). Sta di fatto che la lista più attendibile è stata compilata dalla Casa delle donne di Bologna che, fino al 5 dicembre, promuove la settima edizione del Festival la Violenza Illustrata, con cinema, dibattiti e mostre.
Per l'occasione Amnesty International da inizio a 16 giorni di attivismo su tre temi principali: la violenza sulle donne irachene, egiziane e colombiane, spesso appoggiata dallo stato.
Ancora, il 25 novembre alle 15.55 a Domenica In, su Rai Uno, verrà proposto il film-documentario ''Giulia ha picchiato Filippo", diretto da Francesca Archibugi e interpretato da Riccardo Scamarcio con Jasmine Trinca. Alle 20.30 al Teatro Litta di Milano verrà consegnato il Premio Intervita per il Cinema 2012 alla regista, personaggio che nel cinema si è speso per i diritti delle donne, e alle 22 verrà proiettato il documentario.

In occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne 2012, Genova Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura invita a contare lentamente da 1 a 100. Sono oltre cento le donne uccise quest'anno da maschi-killer. Stiamo assistendo a un'inaudita escalation di violenza. Si chiama femminicidio. Violenza per lo più domestica: i killer sono ex-compagni, mariti, partner, padri. Killer che odiano, killer che non amano, killer che violentano la parola "amore". E quante sono le vittime, sempre donne, dei tanti altri tipi di abusi e violenze sessuali? Contiamo fino a 100, e ben oltre 100, molto, molto oltre. Barbarie, ignoranza, inciviltà sono violenza. Chiediamo a voce alta civiltà, cultura, progresso. Contro il femminicidio, contro il machismo. Contro ogni violenza sulle donne.
Calligrafia: Francesca Biasetton.
Regia: Serena Gargani.
Testo: Luca Borzani e Nicla Vassallo.

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