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lunedì 15 maggio 2017

Femminicidio


Un nuovo reato nell’era moderna.
Il termine femminicidio, nella sua accezione contemporanea, è un neologismo che identifica i casi di 
omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un uomo per motivi basati sul genere. 
Esso costituisce dunque un sottoinsieme della totalità dei casi di omicidio aventi un individuo di 
sesso femminile come vittima. Un aspetto spesso comune a tale tipologia di crimini è la sua maturazione 
in ambito familiare o all’interno di relazioni sentimentali più o meno stabili. Il significato di tale 
neologismo è definito come: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in 
nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione 
e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

La questione della violenza sia fisica che sessuale sulle donne è 
di strettissima attualità. La cronaca riporta quotidianamente episodi che hanno per oggetto violenze e 
delitti le cui vittime sono donne: ferite, violentate o uccise. La maggior parte di questi crimini avvengono 
per mano di mariti, compagni, padri, fratelli, persone conosciute dalle loro vittime, che, per il legame 
familiare e sentimentale che hanno con esse, dovrebbero amarle e proteggerle. Le donne, infatti, 
vedono violate la propria libertà, dignità ed uguaglianza e molto spesso per paura non denunciano i loro 
aguzzini, dato il legame intrafamiliare tra autore e vittima appunto, facendo sì che questi episodi 
rimangano isolati entro le mura domestiche, accrescendo dunque, anche, il “numero oscuro” di casi che 
si verificano realmente.

Purtroppo, le donne spesso fanno confusione fra amore e violenza rifiutandosi di denunciare per non 
scombussolare gli equilibri della famiglia: sono infatti pochissime le donne che trovano la forza di 
“ribellarsi” e denunciare, circa il 5%; le altre hanno paura, vergogna e non capendo la gravità del 
problema preferiscono tacere. I dati ci confermano che è proprio l’ambiente domestico il luogo dove la 
donna rischia maggiormente la vita, ed è il rapporto più intimo come quello di coppia che può esserle 
fatale (31%). In Italia sono quasi 7 milioni le donne che tra i 16 e i 70 anni hanno subito nel corso della 
loro vita una forma di violenza, che sia fisica o sessuale, dentro e/o fuori dalla famiglia.

I numeri dovrebbero farci riflettere e forse dovremmo capire che il femminicidio non è un’emergenza 
occasionale né tantomeno un fatto privato, ma una vera e propria tragedia sociale cronica ormai 
strutturale del nostro Paese. Fortunatamente nel corso degli anni le normative e le leggi che regolano e 
puniscono questi reati sembra abbiano fatto passi avanti, sia nell’individuazione stessa del fenomeno 
(tramite taluni particolari accorgimenti) sia nella proporzionalità delle pene rispetto ai crimini commessi.

Parlando con l’autore ho avuto modo di fare chiarezza rispetto alle motivazioni che lo hanno spinto a 
scrivere di un tema così caldo e delicato; spesso ci troviamo a leggere dei report, saggi o romanzi 
rispetto a problematiche di questo tipo, che riguardano appunto le donne, scritti proprio per mano di 
queste stesse, che possono essere soggetti-oggetti dei racconti. La mia curiosità dunque era quella di 
cercare di capire i motivi che stanno alla base di questa pubblicazione e al contempo capire quanto il 
vissuto personale dell’autore si intrecci, o si sia intrecciato con queste problematiche di violenza di 
genere (viste anche le pubblicazioni precedenti riguardanti lo stalking). Sicuramente la sensibilità del 
Nostro nasce dalle sue esperienze personali: traspare infatti dalle sue parole il voler informare e parlare 
di questa piaga dopo aver vissuto, seppur indirettamente, le pene che queste violenze possono 
causare: “sono cresciuto senza figura maschile solo con donne, mamma e nonna, ho visto come erano 
trattate dal mondo maschile… commenti e azioni pesanti sulla mia povera mamma perché una delle 
prime separate in Italia.”


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domenica 17 luglio 2016

Donna lo Costringe a 36 ore di Sesso Consecutive


Uomo trovato in lacrime
È accaduto a Monaco di Baviera. La polizia ha trovato il malcapitato in lacrime. 
Lei ha “precedenti” specifici

Adescato su un autobus viene costretto a una maratona di sesso di 36 ore da una 47enne sessuomane. Lo ha soccorso in strada la polizia trovandolo su un marciapiede esausto e in lacrime. Il fatto, riportato da Lettera 43, è accaduto a Monaco di Baviera, in Germania, dove le rigorose leggi sulla privacy non consentono il rilascio dei nomi. Il malcapitato ha raccontato agli agenti bavaresi la disavventura: la donna lo aveva adescato sul bus invitandolo a casa per fare sesso. Ma la prestazione si è prolungata ben più di quanto si aspettasse. Una volta dentro nella sua abitazione, l’insaziabile ninfomane ha continuato a consumare rapporti per un giorno e mezzo senza intervalli dopo avergli confiscato il cellulare in modo tale che non potesse invocare aiuto.

Le successive indagini della polizia hanno stabilito che non è la prima volta per la donna. È risultato che nell’aprile del 2015 aveva costretto un altro uomo a otto rapporti sessuali in una sola notte. In quell’occasione la “vittima” (fatto salvo il principio iniziale del consenso) si era messa in salvo fuggendo sul balcone e chiamando la polizia.

Quando gli agenti si erano presentati in casa, la donna aveva proposto loro, già che c’erano, di improvvisare una gang-bang. Trasferita in ospedale per un protocollo terapeutico forzoso, era stata poi dimessa, ma non sembra sia “guarita”.

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venerdì 12 aprile 2013

Lo stupro




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venerdì 3 settembre 2010

Complesso della chioccia e della vittima



Essere donna, moglie e madre di famiglia non è semplice. Evitiamo però di cadere in complessi negativi, per noi e per chi ci sta vicino.


Cosa significa avere il complesso della chioccia? La persona che vive questo tipo di complesso fa da “mamma” ai figli, al marito, agli amici. Per tutti ha una parola buona e un consiglio, si prodiga senza risparmiarsi, è piena di attenzioni.
La “chioccia” ha bisogno di sentirsi indispensabile, anche se in realtà sono gli altri a essere indispensabili a lei) vorrebbe impedire agli altri di crescere per tenerli legati a sé come fossero bambini irresponsabili, per esercitare il suo “potere” psicologico, dominarli e ritagliarsi un posticino privilegiato nel loro cuore.
Se non ha un buon rapporto con il partner riversa amore e attenzione sui figli, e pretende da loro l’amore che non ottiene da lui: forse non ha superato la paura infantile di essere abbandonata e teme di perdere gli affetti più cari.
Se vi riconoscete in questa descrizione, ecco per voi alcune “regolette” per imparare ad essere meno chioccia e più donna:

* Indirizzare l’istinto materno verso associazioni di volontariato o attività benefiche.
* Pensare all’aspetto “erotico” della situazione: una donna “chioccia” può essere apprezzata dall’uomo solo come mamma, non tanto come donna.
* Pensare alla coppia: comprendere che in un rapporto di coppia prendersi cura del partner come se fosse un bambino può sì rassicurarlo e farlo sentire protetto, ma anche spingerlo a cercare altrove la passione, perché col tempo l’attrazione e il desiderio sessuale nei suoi confronti inevitabilmente si spengono.
* Evitare atteggiamenti iperprotettivi e consolatori nei confronti degli altri: si rischia di diventare invadenti.
* Può essere inutile: prima o poi gli altri, proprio come i figli quando diventano adulti, sentono il bisogno di recidere l’ideale cordone ombelicale che li lega alla madre, vogliono assaporare la libertà e diventare autonomi.
* Valutare il proprio ruolo: non dimenticare che la femminilità non si esprime solo con la maternità reale o ideale.

Complesso mamma vittimaNon trasformatevi, però, in mamma “vittima”. Questo complesso lo si vive quando la mamma è votata alla famiglia, ai figli e al marito, si affanna perché la casa sia sempre in ordine e tutto fili alla perfezione.
Non è disposta ad ammetterlo, ma è gelosa delle sue responsabilità, sa di essere in gamba e ritiene che nessuno svolgerebbe i suoi compiti meglio di lei. Allora perché ha la sensazione che il suo lavoro tra le mura domestiche non sia apprezzato col suo giusto valore, ed è quasi sempre stanca e depressa?
In pratica, un po’ come la “martire”, anche la “vittima” dovrebbe sacrificarsi di meno: se ne avvantaggerebbe prima di tutto il suo umore, sarebbe più sorridente e rilassata e anche l’atmosfera in casa ne trarrebbe beneficio. Ecco cosa fare per modificare questo atteggiamento:

* Non adoperarsi più del necessario e dedicare un po’ più di tempo a se stessi.
* Cercare di dilazionare le faccende domestiche nell’arco della settimana, anche se c’è molto da fare.
* Fare delle pause e leggere un buon libro, ascoltare un po’ di musica, rilassarsi davanti alla tv, farsi belle: non è una “perdita di tempo”.
* Liberarsi dalle preoccupazioni inutili.
* Distribuire ai familiari qualche compito.
* Persuadere il marito a dividere alcune mansioni.
* Abituare i bambini ad aiutare in casa, sin da piccoli.

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