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giovedì 5 gennaio 2017

Nuovi Single



 Ecco gli Sneet, i nuovi single
Né fidanzati, né a caccia, né in flirt
Gli italiani soli sono quasi 8 milioni e sono aumentati del 41% rispetto a 10 anni fa
I motivi sono tanti, ma tra loro c’è anche chi sceglie di non cominciare nemmeno
a cercare una nuova relazione. 


L’amore riguarda tutti. Anche chi l’ha perso. Anche chi non l’ha ancora trovato. È un luogo dove senti che “in due e meglio” e appartiene anche a noi single che un amore non l’abbiamo. Per noi, è il luogo dell’attesa e può essere un bel posto. Non me ne vogliano quelli che preferiscono stare in coppia, anche se ci stanno male, anche se ci si annoiano. Stando a un’analisi della Coldiretti sul censimento Istat 2015, i single italiani sarebbero quasi sette milioni e 700 mila, il 41 per cento in più rispetto a dieci anni fa. Aumentiamo di anno in anno. Invecchiamo soli, di anno in anno. La singletudine è sempre meno una condizione transitoria. E sono sempre di più le persone che non fanno nulla per cercare l’amore. A voler parafrasare l’acronimo Neet – quello sui giovani che non studiano, non lavorano, non cercano un impiego, che sono Not in Education, in Employement, in Training – sta crescendo la popolazione degli Sneet: Single Not in Engagement, in Expecting, in Toying. Più o meno: né fidanzati né a caccia né in flirt. Una folla che preferisce una serie tv o un libro sul divano piuttosto che una festa dove «vieni, che c’è un sacco di gente nuova». Dicono quelli di «buon senso» che, ad aspettare il partner giusto, si rischia di chiudersi in una corazza. Ma i single coriacei, gli Sneet, non li ascoltano, sono estremi, non danno chanches al destino. Sono capaci di non concedere neanche un primo caffè. 


Anche per gli Sneet «in due è meglio» ma solo se l’altro gli aggiunge qualcosa.
«L’altro» da qualche parte ci sarà, ma è un Pokémon raro, uno Zapdso o un Mewtwo che riconosci al primo sguardo o pazienza. La svolta è capire che si può essere single accortamente aperti a qualche evenienza. Per farlo, è utile sfatare il mito dell’autosufficienza di cui facilmente gli Sneet sono affetti. Più stai bene da solo, meno fai entrare qualcuno. L’altro è una seccatura, sono le sue scarpe abbandonate nel mezzo del nostro ordinatissimo salotto, sono i suoi problemi che diventano i nostri, quando noi siamo invece bravissimi a risolverci i problemi da soli. Essendo stata un po’ Sneet, posso testimoniare che l’autosufficienza comporta manie di perfezionismo e di autocontrollo. A lungo, la sera, mettendomi a letto, facevo il mio esame di coscienza e puntualmente mi dicevo che avevo sbagliato qualcosa io. Valeva su tutto. Potevano mettermi sotto sulle strisce mentre passavano con il rosso (è successo) ed ero io che non avevo guardato. Capite che, a pretendere tanto da se stessi, si finisce per pretendere troppo da chiunque. E per allontanare chiunque. Poi, in uno dei giorni della mia fiera singletudine, mi sono imbattuta in Brené Brown, che è una sociologa americana diventata una star per i suoi studi sulla vulnerabilità.


La vulnerabilità, per me, era una parolaccia. Perché sei vulnerabile quando sei fragile, debole, e io invece volevo essere forte, avere tutto sotto controllo, non aver bisogno di niente e di nessuno. Sarà un fatto generazionale, ma volevo essere Wonder Woman. Io, se uno mi piaceva perché era dolce, lo bloccavo su Whats App, perché il bisogno di dolcezza era una debolezza che non dovevo permettermi. E se uno amava oziare la domenica, lo cassavo, perché la pigrizia era una debolezza imperdonabile. La vulnerabilità era il mio personale baratro ed era fatale che ne sentissi la fascinazione. Mi ci sono immersa e ho capito che, se non l’accetti, uscendo da quella smania di autocontrollo, non puoi avvicinarti davvero a un’altra persona, non puoi consentire all’altro di avvicinarti. Puoi solo essere giudicante, non puoi arrivare nemmeno al primo caffè. 


Ho capito che dire «io mi basto da sola» è un modo per non aver bisogno dell’altro. Per non temere di esserne ferita. È la famosa «corazza» di cui tanti parlano, forse non per sentito dire. Far pace con la vulnerabilità è il primo passo per uscire da certe singletudini ostinate. Ma è il primo di molti. Perché, poi, l’amore è fare di due uno. È fare di quell’uno un «due» dalla forza moltiplicata all’ennesima potenza. L’amore è amare nell’altro quello che non sono, ma posso essere. E, viceversa, l’amore è lui che ama in me quello che può diventare. L’amore è farsi un uno in divenire. «In due è meglio» quando tu aggiungi qualcosa all’altro e lui aggiunge qualcosa a te. Noi single del mondo non sempre c’incontriamo perché uscire dall’individualismo spaventa. Perché, quando ti fai uno insieme a un’altra persona, rinunci per forza a qualcosa. Devi entrare e uscire da te stesso, guardarti da fuori, perdere qualcosa, ma è il modo più straordinario per ritrovarsi migliori. 
Ed è un gioco bellissimo, a volerlo giocare.


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lunedì 5 settembre 2016

Ecco gli Sneet, i nuovi single



 Ecco gli Sneet, i nuovi single
Né fidanzati, né a caccia, né in flirt
Gli italiani soli sono quasi 8 milioni e sono aumentati del 41% rispetto a 10 anni fa
I motivi sono tanti, ma tra loro c’è anche chi sceglie di non cominciare nemmeno
a cercare una nuova relazione. 


L’amore riguarda tutti. Anche chi l’ha perso. Anche chi non l’ha ancora trovato. È un luogo dove senti che “in due e meglio” e appartiene anche a noi single che un amore non l’abbiamo. Per noi, è il luogo dell’attesa e può essere un bel posto. Non me ne vogliano quelli che preferiscono stare in coppia, anche se ci stanno male, anche se ci si annoiano. Stando a un’analisi della Coldiretti sul censimento Istat 2015, i single italiani sarebbero quasi sette milioni e 700 mila, il 41 per cento in più rispetto a dieci anni fa. Aumentiamo di anno in anno. Invecchiamo soli, di anno in anno. La singletudine è sempre meno una condizione transitoria. E sono sempre di più le persone che non fanno nulla per cercare l’amore. A voler parafrasare l’acronimo Neet – quello sui giovani che non studiano, non lavorano, non cercano un impiego, che sono Not in Education, in Employement, in Training – sta crescendo la popolazione degli Sneet: Single Not in Engagement, in Expecting, in Toying. Più o meno: né fidanzati né a caccia né in flirt. Una folla che preferisce una serie tv o un libro sul divano piuttosto che una festa dove «vieni, che c’è un sacco di gente nuova». Dicono quelli di «buon senso» che, ad aspettare il partner giusto, si rischia di chiudersi in una corazza. Ma i single coriacei, gli Sneet, non li ascoltano, sono estremi, non danno chanches al destino. Sono capaci di non concedere neanche un primo caffè. 


Anche per gli Sneet «in due è meglio» ma solo se l’altro gli aggiunge qualcosa.
«L’altro» da qualche parte ci sarà, ma è un Pokémon raro, uno Zapdso o un Mewtwo che riconosci al primo sguardo o pazienza. La svolta è capire che si può essere single accortamente aperti a qualche evenienza. Per farlo, è utile sfatare il mito dell’autosufficienza di cui facilmente gli Sneet sono affetti. Più stai bene da solo, meno fai entrare qualcuno. L’altro è una seccatura, sono le sue scarpe abbandonate nel mezzo del nostro ordinatissimo salotto, sono i suoi problemi che diventano i nostri, quando noi siamo invece bravissimi a risolverci i problemi da soli. Essendo stata un po’ Sneet, posso testimoniare che l’autosufficienza comporta manie di perfezionismo e di autocontrollo. A lungo, la sera, mettendomi a letto, facevo il mio esame di coscienza e puntualmente mi dicevo che avevo sbagliato qualcosa io. Valeva su tutto. Potevano mettermi sotto sulle strisce mentre passavano con il rosso (è successo) ed ero io che non avevo guardato. Capite che, a pretendere tanto da se stessi, si finisce per pretendere troppo da chiunque. E per allontanare chiunque. Poi, in uno dei giorni della mia fiera singletudine, mi sono imbattuta in Brené Brown, che è una sociologa americana diventata una star per i suoi studi sulla vulnerabilità.


La vulnerabilità, per me, era una parolaccia. Perché sei vulnerabile quando sei fragile, debole, e io invece volevo essere forte, avere tutto sotto controllo, non aver bisogno di niente e di nessuno. Sarà un fatto generazionale, ma volevo essere Wonder Woman. Io, se uno mi piaceva perché era dolce, lo bloccavo su Whats App, perché il bisogno di dolcezza era una debolezza che non dovevo permettermi. E se uno amava oziare la domenica, lo cassavo, perché la pigrizia era una debolezza imperdonabile. La vulnerabilità era il mio personale baratro ed era fatale che ne sentissi la fascinazione. Mi ci sono immersa e ho capito che, se non l’accetti, uscendo da quella smania di autocontrollo, non puoi avvicinarti davvero a un’altra persona, non puoi consentire all’altro di avvicinarti. Puoi solo essere giudicante, non puoi arrivare nemmeno al primo caffè. 


Ho capito che dire «io mi basto da sola» è un modo per non aver bisogno dell’altro. Per non temere di esserne ferita. È la famosa «corazza» di cui tanti parlano, forse non per sentito dire. Far pace con la vulnerabilità è il primo passo per uscire da certe singletudini ostinate. Ma è il primo di molti. Perché, poi, l’amore è fare di due uno. È fare di quell’uno un «due» dalla forza moltiplicata all’ennesima potenza. L’amore è amare nell’altro quello che non sono, ma posso essere. E, viceversa, l’amore è lui che ama in me quello che può diventare. L’amore è farsi un uno in divenire. «In due è meglio» quando tu aggiungi qualcosa all’altro e lui aggiunge qualcosa a te. Noi single del mondo non sempre c’incontriamo perché uscire dall’individualismo spaventa. Perché, quando ti fai uno insieme a un’altra persona, rinunci per forza a qualcosa. Devi entrare e uscire da te stesso, guardarti da fuori, perdere qualcosa, ma è il modo più straordinario per ritrovarsi migliori. 
Ed è un gioco bellissimo, a volerlo giocare.

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Sono Web Designer, Web Master e Blogger, creo siti internet , blog personalizzati.
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Creo loghi per negozi , aziende, studi professionali,
 campagne di marketing e vendite promozionali.
MIO SITO  :  http://www.cipiri.com/


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mercoledì 4 novembre 2009

Riconoscere figli naturali




Riconoscere figli naturali

Un figlio nato da un uomo e una donna uniti in matrimonio è un figlio legittimo, se invece i genitori non sono sposati, ma entrambi lo riconoscono, per la legge è un figlio naturale. C’è poi il caso in cui il bambino non viene riconosciuto, ma la legge può obbligare mamma e papà a prendersi le proprie responsabilità.


La dichiarazione volontaria

I genitori, anche se non sono sposati (per esempio sono conviventi o fidanzati), possono riconoscere un figlio naturale mediante una dichiarazione resa all’ufficiale di Stato Civile del Comune di residenza. Il riconoscimento volontario può essere effettuato alla nascita, oppure successivamente. C’è poi la possibilità di farlo attraverso il testamento, ma gli eredi legittimi hanno la facoltà di impugnare le volontà del defunto.


Quando serve il tribunale

Il riconoscimento giudiziale avviene quando, per esempio, una ragazza madre vuole mettere il padre del suo bambino davanti alle proprie responsabilità. Ai sensi dell’articolo 269 del Codice Civile, se una donna ha avuto un figlio da un uomo che non vuole riconoscerlo può chiedere al tribunale dei minori di dichiarare l’uomo padre naturale. La dichiarazione della madre e l’esistenza di rapporti con il presunto padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità naturale, ma insieme ad altri elementi (test del Dna, trasferimento di soldi, etc.) possono essere usati dal giudice. Se il genitore si oppone alla prova del Dna, sarà visto come presunzione di paternità. I tempi giudiziari per ottenere il riconoscimento si aggirano intorno ai 2-3 anni.


Il risarcimento per il danno

Il genitore che per primo ha riconosciuto il figlio, può chiedere un risarcimento all’altro per il mancato contributo al mantenimento. È possibile anche obbligarlo a rispondere penalmente per violazione degli obblighi di assistenza famigliare. In questo caso al figlio può essere riconosciuto un risarcimento morale per il danno esistenziale, provocato dal fatto che non è riuscito a formare in modo completo la propria personalità a causa di ridotti mezzi di sussistenza e dell’abbandono morale e/o materiale da parte del genitore inadempiente.



Stesse garanzie per tutti

La costituzione (art.30) garantisce ai figli naturali il diritto di essere mantenuti, istruiti ed educati dai loro genitori e impone che venga assicurata una tutela giuridica uguale a quella dei figli legittimi. La riforma del Diritto di Famiglia stabilisce che per tutte le questioni patrimoniali ed ereditarie, il figlio naturale è nella stessa situazione di quello legittimo, con l’unica differenza che non acquisisce diritti nei confronti dei parenti del genitore tranne che verso i nonni e i bisnonni.


Quale cognome?

Il figlio naturale assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio naturale assume il cognome paterno. Se il riconoscimento del padre è avvenuto successivamente a quello della madre, il figlio naturale può assumere il cognome paterno aggiungendolo o sostituendolo a quello della mamma.

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