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giovedì 5 gennaio 2017

Nuovi Single



 Ecco gli Sneet, i nuovi single
Né fidanzati, né a caccia, né in flirt
Gli italiani soli sono quasi 8 milioni e sono aumentati del 41% rispetto a 10 anni fa
I motivi sono tanti, ma tra loro c’è anche chi sceglie di non cominciare nemmeno
a cercare una nuova relazione. 


L’amore riguarda tutti. Anche chi l’ha perso. Anche chi non l’ha ancora trovato. È un luogo dove senti che “in due e meglio” e appartiene anche a noi single che un amore non l’abbiamo. Per noi, è il luogo dell’attesa e può essere un bel posto. Non me ne vogliano quelli che preferiscono stare in coppia, anche se ci stanno male, anche se ci si annoiano. Stando a un’analisi della Coldiretti sul censimento Istat 2015, i single italiani sarebbero quasi sette milioni e 700 mila, il 41 per cento in più rispetto a dieci anni fa. Aumentiamo di anno in anno. Invecchiamo soli, di anno in anno. La singletudine è sempre meno una condizione transitoria. E sono sempre di più le persone che non fanno nulla per cercare l’amore. A voler parafrasare l’acronimo Neet – quello sui giovani che non studiano, non lavorano, non cercano un impiego, che sono Not in Education, in Employement, in Training – sta crescendo la popolazione degli Sneet: Single Not in Engagement, in Expecting, in Toying. Più o meno: né fidanzati né a caccia né in flirt. Una folla che preferisce una serie tv o un libro sul divano piuttosto che una festa dove «vieni, che c’è un sacco di gente nuova». Dicono quelli di «buon senso» che, ad aspettare il partner giusto, si rischia di chiudersi in una corazza. Ma i single coriacei, gli Sneet, non li ascoltano, sono estremi, non danno chanches al destino. Sono capaci di non concedere neanche un primo caffè. 


Anche per gli Sneet «in due è meglio» ma solo se l’altro gli aggiunge qualcosa.
«L’altro» da qualche parte ci sarà, ma è un Pokémon raro, uno Zapdso o un Mewtwo che riconosci al primo sguardo o pazienza. La svolta è capire che si può essere single accortamente aperti a qualche evenienza. Per farlo, è utile sfatare il mito dell’autosufficienza di cui facilmente gli Sneet sono affetti. Più stai bene da solo, meno fai entrare qualcuno. L’altro è una seccatura, sono le sue scarpe abbandonate nel mezzo del nostro ordinatissimo salotto, sono i suoi problemi che diventano i nostri, quando noi siamo invece bravissimi a risolverci i problemi da soli. Essendo stata un po’ Sneet, posso testimoniare che l’autosufficienza comporta manie di perfezionismo e di autocontrollo. A lungo, la sera, mettendomi a letto, facevo il mio esame di coscienza e puntualmente mi dicevo che avevo sbagliato qualcosa io. Valeva su tutto. Potevano mettermi sotto sulle strisce mentre passavano con il rosso (è successo) ed ero io che non avevo guardato. Capite che, a pretendere tanto da se stessi, si finisce per pretendere troppo da chiunque. E per allontanare chiunque. Poi, in uno dei giorni della mia fiera singletudine, mi sono imbattuta in Brené Brown, che è una sociologa americana diventata una star per i suoi studi sulla vulnerabilità.


La vulnerabilità, per me, era una parolaccia. Perché sei vulnerabile quando sei fragile, debole, e io invece volevo essere forte, avere tutto sotto controllo, non aver bisogno di niente e di nessuno. Sarà un fatto generazionale, ma volevo essere Wonder Woman. Io, se uno mi piaceva perché era dolce, lo bloccavo su Whats App, perché il bisogno di dolcezza era una debolezza che non dovevo permettermi. E se uno amava oziare la domenica, lo cassavo, perché la pigrizia era una debolezza imperdonabile. La vulnerabilità era il mio personale baratro ed era fatale che ne sentissi la fascinazione. Mi ci sono immersa e ho capito che, se non l’accetti, uscendo da quella smania di autocontrollo, non puoi avvicinarti davvero a un’altra persona, non puoi consentire all’altro di avvicinarti. Puoi solo essere giudicante, non puoi arrivare nemmeno al primo caffè. 


Ho capito che dire «io mi basto da sola» è un modo per non aver bisogno dell’altro. Per non temere di esserne ferita. È la famosa «corazza» di cui tanti parlano, forse non per sentito dire. Far pace con la vulnerabilità è il primo passo per uscire da certe singletudini ostinate. Ma è il primo di molti. Perché, poi, l’amore è fare di due uno. È fare di quell’uno un «due» dalla forza moltiplicata all’ennesima potenza. L’amore è amare nell’altro quello che non sono, ma posso essere. E, viceversa, l’amore è lui che ama in me quello che può diventare. L’amore è farsi un uno in divenire. «In due è meglio» quando tu aggiungi qualcosa all’altro e lui aggiunge qualcosa a te. Noi single del mondo non sempre c’incontriamo perché uscire dall’individualismo spaventa. Perché, quando ti fai uno insieme a un’altra persona, rinunci per forza a qualcosa. Devi entrare e uscire da te stesso, guardarti da fuori, perdere qualcosa, ma è il modo più straordinario per ritrovarsi migliori. 
Ed è un gioco bellissimo, a volerlo giocare.


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lunedì 5 settembre 2016

Ecco gli Sneet, i nuovi single



 Ecco gli Sneet, i nuovi single
Né fidanzati, né a caccia, né in flirt
Gli italiani soli sono quasi 8 milioni e sono aumentati del 41% rispetto a 10 anni fa
I motivi sono tanti, ma tra loro c’è anche chi sceglie di non cominciare nemmeno
a cercare una nuova relazione. 


L’amore riguarda tutti. Anche chi l’ha perso. Anche chi non l’ha ancora trovato. È un luogo dove senti che “in due e meglio” e appartiene anche a noi single che un amore non l’abbiamo. Per noi, è il luogo dell’attesa e può essere un bel posto. Non me ne vogliano quelli che preferiscono stare in coppia, anche se ci stanno male, anche se ci si annoiano. Stando a un’analisi della Coldiretti sul censimento Istat 2015, i single italiani sarebbero quasi sette milioni e 700 mila, il 41 per cento in più rispetto a dieci anni fa. Aumentiamo di anno in anno. Invecchiamo soli, di anno in anno. La singletudine è sempre meno una condizione transitoria. E sono sempre di più le persone che non fanno nulla per cercare l’amore. A voler parafrasare l’acronimo Neet – quello sui giovani che non studiano, non lavorano, non cercano un impiego, che sono Not in Education, in Employement, in Training – sta crescendo la popolazione degli Sneet: Single Not in Engagement, in Expecting, in Toying. Più o meno: né fidanzati né a caccia né in flirt. Una folla che preferisce una serie tv o un libro sul divano piuttosto che una festa dove «vieni, che c’è un sacco di gente nuova». Dicono quelli di «buon senso» che, ad aspettare il partner giusto, si rischia di chiudersi in una corazza. Ma i single coriacei, gli Sneet, non li ascoltano, sono estremi, non danno chanches al destino. Sono capaci di non concedere neanche un primo caffè. 


Anche per gli Sneet «in due è meglio» ma solo se l’altro gli aggiunge qualcosa.
«L’altro» da qualche parte ci sarà, ma è un Pokémon raro, uno Zapdso o un Mewtwo che riconosci al primo sguardo o pazienza. La svolta è capire che si può essere single accortamente aperti a qualche evenienza. Per farlo, è utile sfatare il mito dell’autosufficienza di cui facilmente gli Sneet sono affetti. Più stai bene da solo, meno fai entrare qualcuno. L’altro è una seccatura, sono le sue scarpe abbandonate nel mezzo del nostro ordinatissimo salotto, sono i suoi problemi che diventano i nostri, quando noi siamo invece bravissimi a risolverci i problemi da soli. Essendo stata un po’ Sneet, posso testimoniare che l’autosufficienza comporta manie di perfezionismo e di autocontrollo. A lungo, la sera, mettendomi a letto, facevo il mio esame di coscienza e puntualmente mi dicevo che avevo sbagliato qualcosa io. Valeva su tutto. Potevano mettermi sotto sulle strisce mentre passavano con il rosso (è successo) ed ero io che non avevo guardato. Capite che, a pretendere tanto da se stessi, si finisce per pretendere troppo da chiunque. E per allontanare chiunque. Poi, in uno dei giorni della mia fiera singletudine, mi sono imbattuta in Brené Brown, che è una sociologa americana diventata una star per i suoi studi sulla vulnerabilità.


La vulnerabilità, per me, era una parolaccia. Perché sei vulnerabile quando sei fragile, debole, e io invece volevo essere forte, avere tutto sotto controllo, non aver bisogno di niente e di nessuno. Sarà un fatto generazionale, ma volevo essere Wonder Woman. Io, se uno mi piaceva perché era dolce, lo bloccavo su Whats App, perché il bisogno di dolcezza era una debolezza che non dovevo permettermi. E se uno amava oziare la domenica, lo cassavo, perché la pigrizia era una debolezza imperdonabile. La vulnerabilità era il mio personale baratro ed era fatale che ne sentissi la fascinazione. Mi ci sono immersa e ho capito che, se non l’accetti, uscendo da quella smania di autocontrollo, non puoi avvicinarti davvero a un’altra persona, non puoi consentire all’altro di avvicinarti. Puoi solo essere giudicante, non puoi arrivare nemmeno al primo caffè. 


Ho capito che dire «io mi basto da sola» è un modo per non aver bisogno dell’altro. Per non temere di esserne ferita. È la famosa «corazza» di cui tanti parlano, forse non per sentito dire. Far pace con la vulnerabilità è il primo passo per uscire da certe singletudini ostinate. Ma è il primo di molti. Perché, poi, l’amore è fare di due uno. È fare di quell’uno un «due» dalla forza moltiplicata all’ennesima potenza. L’amore è amare nell’altro quello che non sono, ma posso essere. E, viceversa, l’amore è lui che ama in me quello che può diventare. L’amore è farsi un uno in divenire. «In due è meglio» quando tu aggiungi qualcosa all’altro e lui aggiunge qualcosa a te. Noi single del mondo non sempre c’incontriamo perché uscire dall’individualismo spaventa. Perché, quando ti fai uno insieme a un’altra persona, rinunci per forza a qualcosa. Devi entrare e uscire da te stesso, guardarti da fuori, perdere qualcosa, ma è il modo più straordinario per ritrovarsi migliori. 
Ed è un gioco bellissimo, a volerlo giocare.

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MIO SITO  :  http://www.cipiri.com/


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venerdì 21 agosto 2015

Analfabeti sui Social Network



I nuovi analfabeti che usano Facebook,  non sanno interpretare la realtà
Se chiudo gli occhi e immagino un analfabeta, penso ad una persona che firma con una X al posto del nome.





Ma sbaglio.
Un analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE pochi giorni fa, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status  su Facebook, ma che non è capace “di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”.
Certo, sono due analfabetismi diversi: quello di secondo tipo si chiama analfabetismo funzionale e
riguarda quasi 3 italiani su 10, il dato più alto in Europa.

Un analfabeta funzionale, apparentemente, non deve chiedere aiuto a nessuno, come invece
succedeva una volta, quando esisteva una vera e propria professione – lo scrivano – per indicare le
persone che, a pagamento, leggevano e scrivevano le lettere per i parenti lontani.
Un analfabeta funzionale, però, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una
polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.


Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.

Tre italiani su 10, ci dice l‘OCSE, si informano (o non si informano), votano (o non votano), lavorano (o non lavorano), seguendo soltanto una capacità di analisi elementare: una capacità di analisi, quindi,
che non solo sfugge la complessità, ma che anche davanti ad un evento complesso (la crisi economica, le guerre, la politica nazionale o internazionale, lo spread) è capace di trarre solo una comprensione basilare.
Un analfabeta funzionale, quindi, traduce il mondo paragonandolo esclusivamente alle sue esperienze dirette (la crisi economica è soltanto la diminuzione del suo potere d’acquisto, la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta il prezzo del gas, il taglio delle tasse è giusto anche se corrisponde ad un taglio dei servizi pubblici…) e non è capace di costruire un’analisi che tenga conto anche delle
conseguenze indirette, collettive, a lungo termine, lontane per spazio o per tempo.

Sarà che forse sono un po’ analfabeta funzionale anche io, ma leggendo i dati dell’OCSE ho subito
pensato ad un dialogo di qualche anno fa, tra me e una collega.
All’epoca ero una maestra della scuola primaria. Era una bella giornata di sole: io e la mia collega di
italiano avevamo portato le classi in terrazza per la ricreazione e parlavamo del più e del meno. Ad un certo punto mi è venuto in mente di consigliare alla collega di italiano la lettura di un libro che avevo
appena terminato e lei mi rispose, candidamente: Grazie, ma io non leggo libri.
Mai? chiesi.
Mai – rispose la collega – l’ultimo libro l’ho letto quando ho preso la maturità, perché dovevo portarlo all’esame. Non ho mica tempo, per leggere, e poi mi annoio.

Davanti ai dati dell’OCSE l’ex Ministro Carrozza si è affrettata a sottolinearne la drammaticità chiedendo una forte inversione di tendenza.
Ma, anche se all’allarme corrispondesse un reale investimento dell’attuale Governo – e, purtroppo, la
storia recente ci porta a dubitarne – quale diga fermerà il crollo verticale della cultura degli italiani, se a chi ci deve rappresentare e a chi ci deve insegnare non si impone di essere più preparato, e non meno preparato, del proprio popolo, dei propri impiegati, o della propria classe?
Non esiste cura, se i primi a rifiutare la complessità e l’approfondimento sono i nostri insegnanti, i nostri manager, i nostri politici.

La scuola italiana, da sempre fondata sul dogmatismo, ha visto annullate le proprie spinte verso un
insegnamento diverso, riducendosi alla trasmissione di competenze inutili, perché si dimenticano il
giorno dopo l’interrogazione, e che non insegnano a capire, ad analizzare, a criticare, a soppesare, a
riassumere.
Era il 1974, quando Sergio Endrigo, ispirandosi a Gianni Rodari, incise su un disco questo prologo
illuminante: Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769. Il 22 ottobre del 1784 lasciò la scuola militare di Briennes con il grado di cadetto. Nel settembre del 1785 fu promosso sottotenente.

Nel 1793 fu promosso generale, nel 1799 promosso primo console, nel 1804 si promosse imperatore.

Nel 1805 si promosse re d’Italia. E chi non ricorderà tutte queste date, sarà bocciato!

Dal 1974 le cose, se possibile, sono generalmente peggiorate.
I parametri Invalsi – lo strumento Europeo per la valutazione delle competenze – sono diventati in fretta praticamente l’unica cosa che la scuola si preoccupa di insegnare, riducendo la lungimiranza
dell’insegnamento alla verifica in programma, all’esame di fine anno.
Ma cosa rimane fuori da una scuola sdraiata sui parametri Invalsi (per i quali, in ogni caso, non
brilliamo, come competenza, in particolar modo nel Sud Italia)?
Rimangono fuori proprio le competenze che fanno di una persona un cittadino attivo, e non un
analfabeta funzionale: la capacità di scegliere un libro interessante, e di immergersi nella lettura, la
scelta di comprare un quotidiano, la capacità di valutare le proposte economiche e politiche nella loro (grandissima) complessità.

Per rispondere all’allarme dell’OCSE questo paese deve ribaltare il concetto stesso di competenza.
Una scuola dogmatica è una scuola che respinge, e che insegna senza insegnare.
Una scuola che costruisce e valorizza le competenze, invece, è una scuola capace di accogliere, e di
insegnare gli strumenti di comprensione del mondo.
Un analfabeta può anche imparare a memoria che Napoleone Bonaparte nacque ad Ajaccio il 15 agosto del 1769, e che nel 1805 si promosse re d’Italia, ma non per questo avrà gli strumenti per accogliere ed analizzare la complessità della società in cui vive.
E anche lui, come i ragazzi che spesso la nostra scuola respinge – quelli che non vengono messi in
grado neanche imparare le date a memoria – rischia di entrare a far parte di quel folto gruppo per i quali la guerra in Ucraina è un problema solo se aumenta la bolletta del gas.





LEGGI ANCHE :




L'Italia è un paziente malato di mente. Malato grave.
Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi”. Il professor Vittorino A...CONTINUA A LEGGERE http://cipiri.blogspot.it/2015/07/litalia-e-un-paziente-malato-di-mente.html




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mercoledì 12 settembre 2012

MENO RIFLESSIONE E PIÙ AZIONE


Per la ricerca di nuove conquiste sono in molti ad utilizzare internet e i siti d'incontri più famosi, ma sono ancora pochi coloro che si gettano a capofitto senza un'accurata analisi preliminare.

Non tutti gli utenti in cerca di anima gemella, infatti, riescono ad aprirsi e fidarsi al cento per cento, ostentando le proprie qualità personali e preferendo chiudersi nel proprio guscio, nascondendosi dietro ripetute riflessioni prima di agire. In questo modo, si tende a limitare il proprio raggio d'azione e a ridurre le possibilità di conoscere nuove persone con la quale condividere momenti indimenticabili.

In queste occasioni sarebbe meglio imparare a mettere da parte le proprie insicurezze e i dubbi e dare più fiducia al proprio istinto, cercando di fare una cernita tra tutte le opportunità che si presentano. In alcuni casi, infatti, facendo attenzione ad alcuni segnali che indirettamente l'altro lancia, si riesce a comprendere le sue reali intenzioni. In altri casi, invece, è più opportuno affidarsi al proprio carattere.

E allora, lanciandosi in una conquista, si faccia attenzione ad evitare di non sottovalutare le sensazioni personali, bloccandosi di fronte all'apparenza e fuggendo al primo incontro; si rischierebbe di perdere un'occasione per conoscersi meglio e magari per approfondire qualcosa che non si è osservato bene.

Viceversa, mai illudere l'altro con false speranze ma, piuttosto, essere chiari sin dall'inizio.

-Non accettare una relazione mediocre solo per evitare di stare da soli. Ciò spingerebbe ad accontentarsi di una relazione nella quale si sta scomodi e della quale non si è soddisfatti. Oltre a prendere in giro sé stessi, in questo modo, si prende in giro la persona che si crede di amare o di volere bene, ingannandola con finte emozioni.
-esagerare, dando libero sfogo alla propria impulsività. Se infatti è meglio aprirsi a nuove conoscenze, è sempre meglio valutare i singoli casi e le diverse situazioni. Accostando a tali consigli le proprie sensazioni e miscelando bene ragione e cuore, è possibile che l'incontro vada a buon fine e che il successo sia così assicurato.

 PROVA
 . eDates .-


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giovedì 12 aprile 2012

ITALIA : Papà separati , nuovi poveri



Affollano le mense di beneficenza, a volte si riducono a vivere in automobile, spesso cadono in depressione ed entrano in una spirale da cui è difficilissimo uscire. E sono quasi un milione quelli già precipitati nella miseria

  «Mi hanno derubato dell'amore dei miei figli, una delle cose più brutte che possa capitare a un uomo», «se non avessi avuto i miei genitori e la solidarietà degli amici sarei un senza tetto», «vivo in un ripostiglio di 7,3 metri quadrati con un letto, una scrivania e una sedia al settimo piano su un terrazzo», «per mangiare vado a Sant'Egidio e ho trovato un letto all'asilo notturno».

Antonio, Sergio, Stéphane, Marco. Storie di esistenze precarie. Storie di padri disperati che gridano «rivogliamo i nostri figli». Padri defraudati dell'affetto, ridotto spesso a rituali deprimenti, e padri privati di ogni effetto economico . In Italia sono 4 milioni e secondo l'Eurispes l'80 per cento di loro non riesce a vivere del proprio stipendio, tanto che 800 mila sono sotto la soglia della povertà. E così quando non possono contare sui genitori o su un'auto da trasformare in casa, finiscono davanti alle mense di carità, in cerca di un piatto caldo e di un luogo in cui dormire. In fila, insieme ai senza tetto, per sostenere gli obblighi economici della separazione.

Eppure in Italia, dal 2006 è in vigore l'affido condiviso. Una norma che ha rivoluzionato il diritto di famiglia perché «stabilisce di assicurare la bigenitorialità al minore con l'affidamento dei figli ad entrambi i genitori, mettendo fine all'anacronismo di considerare il padre come un genitore del tempo libero. Inoltre prevede che entrambi i genitori debbano provvedere al sostentamento economico dei figli» spiega l'avvocato Massimiliano Gabrielli, coordinatore nazionale dell'Associazione SOS Padri separati che offre assistenza legale a molti padri, «ma è una rivoluzione solo sulla carta, perché la pessima applicazione e l'orientamento dei tribunali rendono nulli i propositi del legislatore».

Gabrielli non è l'unico a riscontrare «un automatismo preconcetto che determina la prevalenza dell'affidamento alle madri». Tiziana Arsenti, rappresentante legale di 'Papà Separati', da anni studia il fenomeno e non ha dubbi: «Su 1020 sentenze campione da Bolzano a Palermo nel 90 per cento dei casi la legge in vigore non viene applicata: i giudici concedono il condiviso solo formalmente, perché i contenuti dei provvedimenti, ossia i tempi di permanenza con i figli e l'assegno sono ancora quelli dell'affidamento esclusivo. Il mantenimento diretto viene negato nel 98 per cento dei casi anche tra due ex coniugi con lo stesso reddito».

Quasi sempre, in base a un principio non scritto, ma consolidato, non viene garantita la parità e la donna diviene portatrice di diritti consolidati e l'uomo portatore di soli doveri. E così, tranne casi sporadici, come la recente decisione del Tribunale per i minorenni di Trieste di assegnare la casa alla figlia e far alternare i genitori nelle visite, ciò che accade nei tribunali rasenta l'incredibile.

Alla Corte di Civitavecchia e a quella di Brescia hanno pensato persino di prestampare i provvedimenti. Ingannevoli spazi vuoti con sentenze già stabilite. Non c'è alcuno spazio da riempire per l'affidamento, perché scrivono' 'i figli vengono affidati congiuntamente ad entrambi i genitori, con residenza presso la madre che si occuperà della ordinaria amministrazione'. Così come non ci sono spazi da riempire al momento di stabilire le misure economiche 'stabilisce che il marito versi'. Non è prevista una casistica differenziata, non è previsto che la moglie possa avere un reddito triplo, che il marito abbia perso il lavoro o sia in cassa integrazione.

Dal tribunale fanno sapere che si tratta di un refuso. Un refuso di cui nessuno si è accorto per 5 anni (fino alla scorsa estate questa modulistica si poteva scaricare direttamente dal sito del Ministero di Giustizia n.d.r.). E sorprendentemente scompare anche la notoria lentezza della giustizia italiana: bastano appena 27 minuti per mettere fine all'amore. E' questa la media calcolata dall'avvocato Gian Ettore Gassani, presidente dell'Associazione Matrimonialisti Italiani. «27 minuti cruciali in cui nella prima udienza i giudici decidono la sorte di una famiglia. E' il tempo dedicato per stabilire il provvedimento provvisorio che si trasforma in definitivo per molto tempo. Perché se tutto va bene tra separazione e divorzio consensuale sono almeno 4 anni e mezzo, se va male un divorzio giudiziale arriva a 13 anni. Due secondi per dire sì, 13 anni per dire no»

di Silvia Cerami
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/papa-separati-i-nuovi-poveri/2177358

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mercoledì 28 aprile 2010

Trovare nuovi amici e vincere la solitudine



Trovare nuovi amici e vincere la solitudine

Nonostante la società moderna ci abbia dotato di mezzi tecnologici che permettono di tenersi in comunicazione anche trovandosi a grandi distanze, sono sempre di più le persone che lamentano una certa solitudine.


Probabilmente l’era moderna con internet, cellulari, palmari e quant’altro se da un lato aiuta nella comunicazione, dall’altro elimina tutti quei passaggi che un tempo erano necessari per relazionarsi, compresa la possibilità di allargare le proprie conoscenze.
Tuttavia imparare a sconfiggere la solitudine si può, basta un po’ di buona volontà e seguire qualche nostro suggerimento



La solitudine
Sono milioni le persone che si definiscono sole: uomini e donne che in seguito ad una separazione non solo hanno perso il compagno, ma anche le amicizie comuni; vedovi e vedove, single o disoccupati che dopo aver perso il lavoro hanno anche diminuito la loro vita sociale rimanendo sempre più isolati. Anche i ritmi frenetici a cui oramai siamo obbligati, sicuramente non incoraggiano a mantenere i contatti con gli altri. Se la solitudine a lungo andare causa malessere, ansia e depressione, per contro una vita sociale soddisfacente non solo è più bella ma aiuta a mantenersi in salute e a vivere di più.


Vincere la solitudine
Certamente con un articolo non pretendiamo di risolvere la situazione di quelle numerose persone che lamentano la solitudine, ma cercheremo di dare qualche consiglio e un supporto affinché chi è solo si sforzi ad uscire dal guscio e si apra al mondo.
Per prima cosa bisogna tenere a mente che avere amicizie e contatti richiede un certo sforzo e molte energie; il difficile non è conoscere la gente, ma mantenere le amicizie.
In secondo luogo quando conosciamo nuovi amici, evitiamo di essere negativi e di rovesciargli addosso tutti i nostri problemi: ognuno ha delle difficoltà, ma stare insieme serve anche a non pensare a disgrazie e brutte cose.
Poi è importante non pretendere subito di star simpatici a chiunque o di entrare in confidenza immediata: ognuno ha bisogno del suo tempo e c’è chi non ama dare troppa confidenza a sconosciuti. Quindi impariamo a rispettare chi è diverso da noi.
Infine  la solitudine non è sempre e solo negativa: impariamo a godere dei nostri spazi di intimità con noi stessi, ci servirà per apparire più sereni e meno avidi di conoscenza.


Trovare nuovi amici
Le occasioni per incontrare persone nuove sono numerose: corsi di qualsiasi genere, palestre, teatri, associazioni di volontariato.
  • Le palestre: sicuramente la palestra è un luogo dove si va a fare attività fisica ma serve anche per incontrare nuove persone; ovviamente c’è di tutto, da colui che va li per rilassarsi, non pensare e non vuole comunicare, ma anche chi ci va perché è solo e vede in questo luogo l’opportunità di fare amicizie. Privilegiamo i corsi collettivi e informiamoci quando vengono organizzate attività alternative come stage o cene dei soci.
  • Corsi: ormai ogni città e comune organizza corsi di qualsiasi genere, dalla cucina, alle lingue alla degustazione di vini. Scegliamo quello che ci ispira di più e consideriamo che la maggior parte delle persone si iscrive per il nostro stesso motivo.
  • Associazioni culturali o di volontariato: se si è appassionati di arte, letteratura pittura oppure abbiamo tempo da dedicare agli altri, le associazioni sono un ottimo modo per coltivare una passione e al tempo stesso trovare nuove persone con cui condividere i nostri interessi. Spesso poi vengono organizzate gite o viaggi durante i quali si entra ancora più in confidenza.

Cosa evitare
Un consiglio molto personale è evitare di affidarsi alla chat come mezzo per conoscere nuove persone; se da un lato si fanno numerose conoscenze in poco tempo e comodamente seduti da casa, dall’altra parte si tratta per la maggior parte di rapporti brevi, che probabilmente non diventeranno mai reali e ci lasceranno ancora di più una sensazione di solitudine.


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