Affollano le mense di beneficenza, a volte si
riducono a vivere in automobile, spesso cadono in depressione ed
entrano in una spirale da cui è difficilissimo uscire. E sono quasi un
milione quelli già precipitati nella miseria
«Mi hanno derubato dell'amore dei miei figli, una delle cose più
brutte che possa capitare a un uomo», «se non avessi avuto i miei
genitori e la solidarietà degli amici sarei un senza tetto», «vivo
in un ripostiglio di 7,3 metri quadrati con un letto, una scrivania
e una sedia al settimo piano su un terrazzo», «per mangiare vado a
Sant'Egidio e ho trovato un letto all'asilo notturno».
Antonio, Sergio, Stéphane, Marco. Storie di esistenze precarie.
Storie di padri disperati che gridano «rivogliamo i nostri figli».
Padri defraudati dell'affetto, ridotto spesso a rituali deprimenti,
e padri privati di ogni effetto economico . In Italia sono 4
milioni e secondo l'Eurispes l'80 per cento di loro non riesce a
vivere del proprio stipendio, tanto che 800 mila sono sotto la
soglia della povertà. E così quando non possono contare sui
genitori o su un'auto da trasformare in casa, finiscono davanti
alle mense di carità, in cerca di un piatto caldo e di un luogo in
cui dormire. In fila, insieme ai senza tetto, per sostenere gli
obblighi economici della separazione.
Eppure in Italia, dal 2006 è in vigore l'affido condiviso. Una
norma che ha rivoluzionato il diritto di famiglia perché
«stabilisce di assicurare la bigenitorialità al minore con
l'affidamento dei figli ad entrambi i genitori, mettendo fine
all'anacronismo di considerare il padre come un genitore del tempo
libero. Inoltre prevede che entrambi i genitori debbano provvedere
al sostentamento economico dei figli» spiega l'avvocato
Massimiliano Gabrielli, coordinatore nazionale
dell'
Associazione SOS Padri separati che offre assistenza
legale a molti padri, «ma è una rivoluzione solo sulla carta,
perché la pessima applicazione e l'orientamento dei tribunali
rendono nulli i propositi del legislatore».
Gabrielli non è l'unico a riscontrare «un automatismo preconcetto
che determina la prevalenza dell'affidamento alle madri». Tiziana
Arsenti, rappresentante legale di 'Papà Separati', da anni studia
il fenomeno e non ha dubbi: «Su 1020 sentenze campione da Bolzano a
Palermo nel 90 per cento dei casi la legge in vigore non viene
applicata: i giudici concedono il condiviso solo formalmente,
perché i contenuti dei provvedimenti, ossia i tempi di permanenza
con i figli e l'assegno sono ancora quelli dell'affidamento
esclusivo. Il mantenimento diretto viene negato nel 98 per cento
dei casi anche tra due ex coniugi con lo stesso reddito».
Quasi sempre, in base a un principio non scritto, ma consolidato,
non viene garantita la parità e la donna diviene portatrice di
diritti consolidati e l'uomo portatore di soli doveri. E così,
tranne casi sporadici, come la recente decisione del Tribunale per
i minorenni di Trieste di assegnare la casa alla figlia e far
alternare i genitori nelle visite, ciò che accade nei tribunali
rasenta l'incredibile.
Alla Corte di Civitavecchia e a quella di Brescia hanno pensato
persino di prestampare i provvedimenti. Ingannevoli spazi vuoti con
sentenze già stabilite. Non c'è alcuno spazio da riempire per
l'affidamento, perché scrivono' 'i figli vengono affidati
congiuntamente ad entrambi i genitori, con residenza presso la
madre che si occuperà della ordinaria amministrazione'. Così come
non ci sono spazi da riempire al momento di stabilire le misure
economiche 'stabilisce che il marito versi'. Non è prevista una
casistica differenziata, non è previsto che la moglie possa avere
un reddito triplo, che il marito abbia perso il lavoro o sia in
cassa integrazione.
Dal tribunale fanno sapere che si tratta di un refuso. Un refuso di
cui nessuno si è accorto per 5 anni (fino alla scorsa estate
questa modulistica si poteva scaricare direttamente dal sito del
Ministero di Giustizia
n.d.r.). E sorprendentemente
scompare anche la notoria lentezza della giustizia italiana:
bastano appena 27 minuti per mettere fine all'amore. E' questa la
media calcolata dall'avvocato Gian Ettore Gassani, presidente
dell'Associazione Matrimonialisti Italiani. «27 minuti cruciali in
cui nella prima udienza i giudici decidono la sorte di una
famiglia. E' il tempo dedicato per stabilire il provvedimento
provvisorio che si trasforma in definitivo per molto tempo. Perché
se tutto va bene tra separazione e divorzio consensuale sono almeno
4 anni e mezzo, se va male un divorzio giudiziale arriva a 13 anni.
Due secondi per dire sì, 13 anni per dire no»
di Silvia Cerami
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/papa-separati-i-nuovi-poveri/2177358
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