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domenica 16 febbraio 2020

Franca Rame Storia di uno Stupro

Franca Rame Storia di uno Stupro


MEDICO: "Dica, signorina, o signora, durante l’aggressione lei ha provato solo disgusto o anche un certo piacere una inconscia soddisfazione?"

POLIZIOTTO: "Non s’è sentita lusingata che tanti uomini, quattro mi pare, tutti insieme, la desiderassero tanto, con così dura passione?"

GIUDICE: "È rimasta sempre passiva o ad un certo punto ha partecipato?"

MEDICO: "Si è sentita eccitata? Coinvolta?"

AVVOCATO DIFENSORE DEGLI STUPRATORI: "Si è sentita umida?"

GIUDICE: "Non ha pensato che i suoi gemiti, dovuti certo alla sofferenza, potessero essere fraintesi come espressioni di godimento?"

POLIZIOTTO: "Lei ha goduto?"

MEDICO: "Ha raggiunto l’orgasmo?"

AVVOCATO: "Se sì, quante volte?"
(tratto da un’intervista di Oggi a Franca Rame)

La sera del 9 marzo 1973 e Franca Rame, a Milano, fu rapita, caricata su un furgone, seviziata e infine stuprata da cinque uomini. Fu un vero e proprio stupro punitivo, compiuto da un gruppetto di militanti neofascisti perché era la compagna di Dario Fo, un “rosso” per eccellenza, e perché lei stessa collaborava con Soccorso Rosso nelle carceri e si era esposta in prima persona sul caso dell’anarchico Giuseppe Pinelli, morto in circostanze misteriose nel 1969.

Credete davvero che la "morale" patriarcale e maschilista di questo Paese, ma anche di altri Paesi, sia cambiata dal '69 ad oggi?
No, non per le donne, non per l'ignoranza e l'autoritarismo interiorizzato da questo "popolo bue"!
Ancora oggi si sente dire "Se l'è cercata! Andava in giro con abiti succinti"... "Indossava lingerie sexy"... "Eh, ma a quell'ora era ancora in giro?"...
Questa è l'Italia del 2019

Franca Rame Storia di uno Stupro


FRANCA RAME: LA STORIA DEL SUO MONOLOGO “LO STUPRO”


Franca Rame è quella che si può definire una Donna Combattente.


Nella sua vita ha sempre lottato e si è sempre impegnata nelle battaglie civili, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna nella società.

E ha combattuto attraverso la forma d’Arte che più ammiro, quella del Teatro.

Combattere ciò che c’è di retrogrado e medievale nella società con qualcosa che è antico quasi quanto l’essere umano è qualcosa di meraviglioso.

In questo modo la tua arma sono le parole. Le parole recitate e vissute su un palcoscenico. La tua arma sono le tante storie create e interpretate sul palco.

E la parola, se ben usata, è più forte mille spade.


Franca Rame, assieme a suo marito Dario Fo, è considerata una delle più importanti esponenti della cultura teatrale italiana.

D’altra parte non poteva essere altrimenti per una donna nata e cresciuta in una famiglia dalle antichissime tradizioni teatrali.

Entrambi i genitori di Franca erano infatti attori, legati anche al teatro delle marionette.

Ha iniziato a far teatro fin da piccolissima, appena nata. I suoi familiari la impiegavano spesso come neonato in fasce nelle commedie teatrali che mettevano in scena.

Una donna come lei non poteva quindi non innamorarsi di un genio del teatro come Dario Fo. Da questo momento in poi, la vita artistica e teatrale di Franca Rame si intreccia in maniera indissolubile a quella sentimentale. Fo e Rame diventano compagni sia sul palco che nella vita.

Si sposano nel 1954 e quattro anni più tardi fondano la “compagnia Dario Fo – Franca Rame”. La loro bravura è tale che nel giro di poco tempo riscuoteranno grande successo commerciale nel circuito dei teatri cittadini istituzionali.

Ma per Fo e Rame il Teatro non è solo un lavoro. E’ anche l’occasione per comunicare le loro idee, per far denuncia. Franca Rame e Dario Fo fanno e vivono il teatro durante gli anni sessanta, periodo di forti cambiamenti e tumulti. Abbracciano così l’utopia sessantottina che porterà alla nascita dello spazio teatrale “La Comune”. In questo modo, la Rame ha l’occasione di interpretare pezzi teatrali satirici di forte denuncia e di controinformazione politica come “Morte accidentale di un anarchico” e “Non si paga! Non si paga”.

Per Franca Rame, alla fine degli anni settanta, arriva la svolta femminista che la porta a interpretare sul palco testi di suo pugno come “Tutto casa, letto e chiesa”.

Il suo impegno civile, attraverso il teatro, è ormai riconosciuto da tutti ed è stato un processo del tutto naturale il conferimento a lei e al marito nel 1999 della laurea honoris causa da parte dell’Università di Wolverhampton.

Negli ultimi anni della sua vita, nel 2006, è anche diventata senatrice per il partito l’Italia dei Valori. Ma il suo impegno politico dura appena due anni.

Poi nel 2009, assieme al marito, scrive la sua autobiografia.

Nel 2012 viene colpita da un ictus e ci lascia per sempre nel 2013.

Ma una forte personalità come la sua non muore mai veramente. Franca Rame ancora vive. E lo fa attraverso le sue perfomance e alcuni dei suoi componimenti teatrali più importanti, come il celebre e doloroso monologo “Lo Stupro”.

Franca Rame Storia di uno Stupro


“LO STUPRO”.
Quando una donna è una combattente nelle viscere, puoi umiliarla, picchiarla e violentarla. Lei riuscirà comunque a rimettersi in piedi.

Franca Rame il 9 Marzo 1973 è stata rapita da cinque uomini, cinque neofascisti. L’hanno fatta salire di forza sopra un furgoncino e a turno l’hanno seviziata e stuprata.

Lo hanno fatto perché lei e suo marito dicevano nei loro spettacoli cose che non condividevano. Per questo motivo è importante precisare il loro colore politico. Hanno risposto alla sua arma, quella del teatro, con uno dei crimini più riprovevoli che esistono.

Poi l’hanno abbandonata sulla strada, in stato confusionale e con i vestiti strappati.

Da questa terribile esperienza nasce, nel 1975, uno dei monologhi più dolorosi che il teatro italiano abbia mai conosciuto: “Lo Stupro”

Inizialmente l’attrice ha raccontato e recitato in teatro la violenza subita senza dire che le parole nascevano direttamente da ciò che aveva vissuto.

Per anni, la stessa Rame non è riuscita infatti a parlare apertamente e liberamente di quella che è stata sicuramente un’esperienza devastante. Nemmeno con l’uomo che amava.

Solo nel 1987 ha trovato la forza di dichiarare, in televisione, che quello che racconta il suo monologo è ciò che ha subito davvero lei, in prima persona.

IL TEATRO COME PSICANALISTA DEL DOLORE.
Per una donna come Franca Rame, che non ha semplicemente fatto l’artista, ma ERA un’artista fin nel profondo, il modo migliore per superare un’esperienza così orrenda è stato fare teatro.

Il suo monologo “Lo Stupro” è stato quindi il suo psicanalista del dolore. Solo attraverso il teatro, la Rame è riuscita a esprimere e a superare l’umiliazione e il male che quegli uomini le hanno inflitto.

E’ con il teatro che si è liberata e ha esorcizzato il suo profondo dolore. Dolore che non è solo fisico, ma anche emotivo e morale. Perché quando ti violentano il dolore è doppio.

Le parole de “Lo Stupro” sono parole pesanti, graffianti. Non puoi non sentire anche te il male della donna che viene stuprata. Ti entrano dentro quelle parole, ti entrano nel cuore, e ti fanno stare male.

Si dice che, la prima volta che la Rame ha interpretato questo monologo, in sala alcune ragazze svennero. E in effetti, non è difficile crederlo.

Le parole del monologo non lasciano niente all’immaginazione e già solo a leggerle,
 si soffre con la vittima.

IL TEATRO COME DENUNCIA.
Ma il Monologo “Lo Stupro” non solo ha aiutato la Rame a superare questa dolorosa esperienza.

Ha aiutato e aiuta tuttora tutte le donne a non aver paura di denunciare. Le invita a non fare lo stesso errore della donna del monologo, che non ha avuto subito il coraggio
 di denunciare chi le aveva fatto violenza.

La Rame, una volta superato lei definitivamente il trauma, si è impegnata affinchè le sue parole di dolore e il suo orrore potessero denunciare ciò che una donna deve affrontare, anche dopo aver subito lo stupro. Nella presentazione al suo monologo l’attrice ha infatti riportato le perizie e le parole che alcuni avvocati, poliziotti e medici hanno detto a donne che denunciano uno stupro: “Lei ha goduto? Ha raggiunto l’orgasmo? Se sì, quante volte?”.

In questo modo il dolore di Franca Rame diventa il dolore di tutte quelle donne che hanno o subiscono una violenza sessuale.

E è così che il teatro non è stato solo lo psicanalista di Franca Rame, ma si trasforma in una  testimonianza della terribile posizione della donna violentata che denuncia ciò che ha subito.

Certo, forse le cose sono migliorate rispetto agli anni settanta ma è fuori da ogni dubbio che, spessissimo, le donne abbiano timore a denunciare lo stupro subito e preferiscono tacere.

“LI DENUNCERÒ DOMANI”
A questo proposito, vorrei riportare un passo del monologo di Franca Rame. Spero che queste poche parole possano far riflettere tutti quanti sulla difficile e penosa situazione che ogni donna violentata si trova a vivere, dopo aver subito lo stupro.

E spero che induca la maggior parte delle persone a non giudicare e a portare rispetto per chi ha subito un crimine infame come questo.

“Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca. Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura. Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido… Torno a casa… torno a casa…

Li denuncerò domani”

Franca Rame Storia di uno Stupro


Chi fa teatro, soprattutto chi lo fa nel modo di Franca Rame e di suo marito,
 è una benedizione per la società.


Allo stesso modo, Il monologo “Lo Stupro” è una benedizione,
 perché fa sentire un po’ meno sole tutte le donne violentate.

Perciò non rimane che dire una sola cosa: Grazie Franca Rame.

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venerdì 18 settembre 2015

La Storia di Adamo ed Eva



La storia di Adamo ed Eva è centrale nella convinzione che Dio ha creato gli esseri umani per farli vivere sulla Terra intesa come Paradiso. Questo concetto rappresenta anche il presupposto secondo cui l'umanità è in sostanza una sola famiglia, nel senso che tutti discendono da una singola coppia di antenati originali. Inoltre fornisce gran parte della base scritturale per le dottrine sulla caduta dell'uomo e sul peccato originale, credenze del cristianesimo ma generalmente non condivise da islam e ebraismo.

Nel libro della Genesi della Bibbia ebraica, i capitoli da uno a cinque presentano due racconti della creazione, con due punti di vista distinti. Nel primo Adamo ed Eva (anche se non si fa riferimento al nome) sono stati creati insieme ad immagine di Dio e sono stati dati loro il compito di riprodursi e quello di essere amministratori di tutto ciò che Dio aveva creato. Nel secondo racconto Dio modella Adamo dalla polvere e lo colloca nel giardino dell'Eden, dove aveva il dominio sulle piante e gli animali. In seguito Dio pone un albero della conoscenza del Bene e del Male nel giardino e vieta ad Adamo di mangiarne i frutti. Tuttavia, mediante l'inganno di un serpente, Eva mangia i frutti dell'albero proibito. Dio maledice solo il serpente e la terra e profeticamente dice alla donna e all'uomo quali saranno le conseguenze del loro peccato di disobbedienza al Signore, dopodiché bandisce l'uomo dal giardino dell'Eden.

La storia è stata interamente elaborata nelle successive tradizioni abramitiche ed è stata ampiamente analizzata dagli studiosi biblici. Le interpretazioni e le credenze riguardo ad Adamo ed Eva, così come la loro storia, variano nelle diverse religioni.

La Vita di Adamo ed Eva è un apocrifo dell'Antico Testamento che descrive la vita di Adamo ed Eva dalla cacciata dall'Eden alla morte di entrambi. Tale racconto presenta notevoli aggiunte rispetto al racconto della Genesi.

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mercoledì 2 settembre 2015

Considerazione di Sé nei Rapporti Affettivi



La Considerazione di Sé nei Rapporti Affettivi

Quando in una relazione sentimentale uno dei due partner ha poca stima di se stesso, 
vive spesso in maniera infelice la storia: ecco perché.

Uno studio presentato al meeting annuale della The Society for Personality and Social Psychology's e condotto presso l’università di Waterloo ha rivelato che le persone che hanno una bassa stima di se
stesse vivono generalmente in maniera infelice una relazione sentimentale.

Il pensar comune ritiene che le persone con bassa autostima siano piuttosto lamentose; quando vivono una relazione amorosa, però, tendono a chiudersi e a non parlare affatto, né per lamentarsi né per confrontarsi con il partner, per la paura di perdere il proprio compagno\a.

Quando si vive una relazione amorosa e il partner si sottrae al dialogo e al confronto, almeno secondo questo studio, l’altra parte è portata a pensare che tale atteggiamento sia dovuto ad uno scarso
interesse nel continuare la storia; in realtà la condizione di bassa considerazione di se  porta a fuggire il confronto per la paura di perdere il compagno, realizzando di fatto, una vera e propria chiusura a riccio che porta ad accettare di buon grado, anche quello che effettivamente non va.

Le persone con bassa autostima nutrono spesso molti dubbi su quanto il partner tenga alla relazione e
quindi non parlano perché pensano che esprimere delle opinioni possa, in qualche modo, allontanare il partner, che comunque è poco interessato (anche se magari non è assolutamente così).

La bassa stima di sé porta ad assumere spesso un atteggiamento del tipo perdonare e dimenticare
qualsiasi situazione spiacevole, ma questo atteggiamento alla lunga, risulta noioso per il partner che
non ha nessuna possibilità di confronto ed è comunque un atteggiamento distruttivo per la relazione.

Gli autori di questo studio stanno allestendo un altro lavoro di ricerca per capire come migliorare la
considerazione di sé nelle persone con bassa autostima e vedere quali ricadute positive ha un
miglioramento dell’autostima, sul rapporto di coppia.



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martedì 2 agosto 2011

La storia di Ameneh Bahrami, la donna sfigurata che ha ha perdonato il suo aguzzino


La storia di Ameneh Bahrami

la donna sfigurata che ha ha perdonato il suo aguzzino


Ameneh Bahrami ha perdonato il pretendente che nel 2004 l'aveva sfigurata con l'acido a causa di un rifiuto. Il nobile gesto ha salvato l'uomo dall'accecamento, così come stabilito nel 2008 dal tribunale di Teheran.


La storia che vogliamo raccontarvi inizia in Iran nel 2004. Ameneh Bahrami ha 26 anni, è una ragazza molto bella e non passa certo inosservata. Anche Majid Movahedi nota la sua bellezza e, innamoratosi, le chiede di sposarlo. La ragazza, però, rifiuta, e la reazione di Majid è di quelle che in Iran, purtroppo, si sono viste troppe volte. L’uomo la sfigura gettandole dell’acido sul volto, quello stesso volto che, da quel momento in poi, cambierà per sempre. Ameneh perde la vista e la sua bellezza, e vede infrangersi tutti i sogni che coltiva una ragazza di 26 anni. I numerosi interventi chirurgici a cui si sottopone, alcuni dei quali sostenuti anche in Spagna, non l’aiutano a recuperare la vista.


Quattro anni dopo (2008), Majid, per aver compiuto il gesto, viene condannato ad essere a sua volta accecato con delle gocce d’acido sul volto. Occhio per occhio, dente per dente: si tratta della classica legge del taglione prevista dalla sharia (legge islamica) ancora in vigore in Iran. L’accecamento viene fissato per il 14 maggio di quest’anno, ma a seguito delle vibranti proteste di alcuni attivisti, in particolare di Amnesty International, il tribunale di Teheran decide di sospendere la sentenza. E come la prende Ameneh? Almeno inizialmente, la donna è molto rammaricata per la sospensione della pena; dietro la sua delusione- come ha affermato Farian Sabahi, una giornalista che ha avuto modo di conoscerla- più che il desiderio di vendetta c’è “la speranza che l’applicazione di pene così severe possa servire a dissuadere chiunque pensi di commettere, in futuro, crimini simili”. La sospensione della pena è però temporanea. Tradotto: Majid verrà comunque accecato.

Arriviamo così alla giornata di oggi, nella quale Ameneh decide di mostrare all’Iran e al mondo intero la sua enorme nobiltà d’animo, perdonando il suo aguzzino e salvandolo da quella stessa pena che è toccata subire a lei. ”Erano sette anni che aspettavo di ottenere l’esecuzione di questa sentenza, ma oggi ho deciso di perdonarlo” – ha dichiarato la donna. E anche se, a quanto pare, il perdono è stato eccessivamente”caldeggiato” dalle autorità iraniane, nessuno può mettere in dubbio la grandezza di una simile decisione. “Salvato” il suo aguzzino, ora Ameneh dovrebbe ricevere dall’uomo 150mila euro di risarcimento che utilizzerà per una plastica facciale.

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BIKINI A PANNELLI SOLARI
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giovedì 3 marzo 2011

FREE - WEB: ECCO LA STORIA DELL ' 8 MARZO , FESTA DELLE DONNE ...


FREE - WEB: ECCO LA STORIA DELL ' 8 MARZO , FESTA DELLE DONNE ...: "La festa della donna ha la sua origine all'inizio del XX secolo quando un gruppo di operaie ha fatto sciopero per protestare contro le lo..."

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venerdì 4 dicembre 2009

Amore e Psiche




Canova Antonio
Amore e Psiche

Nella sua ansia di una purezza ideale, il Canova recuperava con naturalezza la tradizione luministica e sottilmente pittorica della scuola veneta e la raffinata preziosità di superfici che già aveva informato le favole ovidiane del Bernini; un delicato, indefinibile ritegno situa però l'opera canoviana in una strana alternanza di olimpico splendore e di morbida timidezza, quasi incertezza o pudore.
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Un re ed una regina avevano tre figlie. Le maggiori erano andate in spose a pretendenti di sangue reale, ma la più piccola, di nome Psiche, era talmente bella che nessun uomo osava corteggiarla, tutti l’adoravano come fosse una dea. Alcuni credevano che si trattasse dell’incarnazione di Venere sulla terra. Tutti adoravano e rendevano omaggio a Psiche trascurando però gli altari della vera dea, perfino i templi di Cnido, Pafo e Citera erano disertati per una mortale. Afrodite sentendosi trascurata ed offesa, a causa di una mortale, pensò di vendicarsi con l’aiuto di suo figlio Amore e delle frecce amorose. La vendetta d’Afrodite consisteva di far innamorare Psiche dell’uomo più sfortunato della terra, con il quale doveva condurre una vita di povertà e di dolore. Amore accettò subito la proposta della madre ma, appena vide Psiche rimase incantato della sua bellezza.

 Confuso dalla splendida visione, fece cadere sul suo stesso piede la freccia preparata per Psiche cadendo cosi, vittima del suo stesso inganno. Egli iniziò cosi ad amare la ragazza e non pensò neanche per un attimo di farle del male. Nel frattempo i genitori di Psiche si preoccupavano perché un gran numero di pretendenti veniva ad ammirare la figlia, ma nessuno aveva il coraggio di sposarla. Il padre, preoccupato decise di consultare un oracolo d’Apollo per sapere se la figlia avesse trovato un marito, l’oracolo però gli comunicò una brutta notizia. Egli avrebbe dovuto lasciare la figlia sulla sommità di una montagna, vestita con abito nuziale. Qui essa sarebbe stata corteggiata da un personaggio temuto dagli stessi dei. Malgrado questo, i genitori non volendo disubbidire alle predizioni dell’oracolo, portarono, al calar del sole, Psiche sulla montagna prescelta vestita di nozze, e la lasciarono lì sola al buio. Solo quando lei restò da sola venne uno Zefiro che la sollevò e la trasportò in volo su un letto di fiori profumati. Psiche si svegliò quando sorse il sole e guardandosi attorno vide un torrente che scorreva all’interno di un boschetto. Sulle rive di questo torrente s’innalzava un palazzo d’aspetto cosi nobile da sembrare quello di un dio. Psiche, quando trovò il coraggio di entrare, scoprì che le sale interne erano più splendide, tutte ricolme di tesori provenienti da ogni parte del mondo, ma la cosa più strana era che tutte quelle ricchezze sembravano abbandonate. Lei di tanto in tanto si domandava di chi fossero tutti quei beni preziosi, e delle voci gli rispondevano che era tutto suo e che loro erano dei servitori al suo servizio.

 Giunta la sera lei si coricò su un giaciglio e sentì un’ombra che riposava al suo fianco, si spaventò, ma subito dopo, un caldo abbraccio la avvolse e sentì una voce mormorarle che lui era il suo sposo, e che non doveva chiedere chi fosse ma soprattutto non cercare di guardarlo, ma di accontentarsi del suo amore. La soffice voce e le morbide carezze vinsero il cuore di Psiche e lei non fece più domande. Per tutta la notte si scambiarono parole d’amore, ma prima che l’alba arrivasse, il misterioso marito sparì, promettendole che sarebbe tornato appena la notte fosse nuovamente calata. Psiche attendeva con ansia la notte, e con questo l’arrivo del suo invisibile marito, ma i giorni erano lunghi e solitari, quindi decise, con l’assenso del marito, di fare venire le sue sorelle, anche se Amore l’avvertì che sarebbero state causa di dolore e d’infelicità. Il giorno seguente, un Zefiro portò le due sorelle da Psiche, lei fu felice di rivederle, e le due non furono di meno vedendo le ricchezze che possedeva. Ogni volta che le due facevano domande sul marito, Psiche sviava sempre la risposta o rispondeva che era un ricco re che per tutto il giorno andava a caccia. Le sorelle s’insospettirono delle strane risposte che dava Psiche, loro credevano che stesse nascondendo il marito perché era un mostro. Queste allusioni Psiche li smentì tutte, fino a quando non cedette e raccontò che lei non aveva mai visto il marito e che non conosceva nemmeno il suo nome. Allora le due maligne, accecate dalla gelosia, insinuarono nella mente della povera ragazza che suo marito doveva essere un mostro il quale nonostante le sue belle parole non avrebbe tardato a divorarla nel sonno. Quella notte come sempre Amore raggiunse Psiche e dopo averla abbracciata si addormentò. Quando fu sicura che egli dormisse, si alzò e prese una lampada per vederlo e un coltello nel caso in cui le avrebbe fatto del male. Avvicinandosi al marito la luce della lampada gli rivelò il più magnifico dei mostri, Amore era disteso, coi riccioli sparsi sulle guance rosate e le sue ali stavano dolcemente ripiegate sopra le spalle. Accanto a lui c’erano il suo arco e la sua faretra. La ragazza prese fra le mani una delle frecce dalla punta dorata, e subito fu infiammata di rinnovato amore per suo marito. Psiche moriva dalla voglia di baciarlo e sporgendosi, su di lui, fece cadere sulla sua spalla una goccia d’olio bollente dalla lampada. Svegliato di soprassalto, Amore balzò in piedi e capì quello che era successo e disse che lei aveva rovinato il loro amore e che ora erano costretti a separarsi per sempre. Lei si gettò ai suoi piedi ma Amore dispiegò le ali e scomparve nell’aria e con lui anche il castello. La povera Psiche si ritrovò da sola nel buio, chiamando invano l’amore che lei stessa aveva fatto svanire. Il primo pensiero di Psiche fu quello della morte, correndo verso la riva di un fiume lei si gettò dentro ma la corrente pietosa la riportò sull’altra riva, cosi iniziò a vagare per il mondo a cercare il suo amore. Amore, invece, tormentato dalla febbre per la spalla bruciata, o forse dallo stesso dolore di Psiche, trovò rifugio presso la dimora materna. Afrodite, quando venne a sapere che suo figlio aveva osato amare una mortale, che tra l’altro sua rivale, lo aggredì. Ma non potendo fare niente di male al figlio pensò di vendicarsi su Psiche, e con il permesso di Zeus mandò Ermes in giro per il mondo a divulgare la notizia che Psiche doveva essere punita come nemica degli dei, e che il premio per la sua cattura sarebbero stati sette baci che la stessa dea avrebbe donato.

 La notizia giunse fino alle orecchie di Psiche, che decise di sua volontà di andare sull’Olimpo a chiedere perdono. Appena arrivata sull’Olimpo, Afrodite, le strappò i vestiti e la fece flagellare, affermandole che questa era la punizione di una suocera addolorata per il figlio malato. Dopodiché le ordinò di ammucchiare un cumulo di grano, orzo, miglio e altri semi; di prendere un ciuffo di lana dal dorso di una pecora selvatica dal manto dorato; di riempire un’urna con le acque delle sorgenti dello Stige. In poche parole tutti compiti impossibili, che però Psiche riuscì a compiere con l’aiuto di formiche, che accumularono il grano, di una ninfa, che le spiegò come e quando avvicinare la pecora, e perfino dell’aquila di Zeus, che l’aiutò a prelevare le acque dello Stige.

 Queste erano solo alcune delle crudeltà che Afrodite infliggeva alla povera Psiche, ma quando Amore seppe di quello che stava succedendo in casa di sua madre, salì sull’Olimpo da Zeus per permettere il suo matrimonio con Psiche. Zeus, non potendo rifiutare la supplica di Amore, fece riunire tutti gli dei dove partecipò anche Psiche. A questa assemblea Zeus decise di elevare al grado di dea, Psiche. Cosi dicendo egli diede la coppa di nettare divino alla mortale che accettò con molta paura. Dopo svariate sofferenze, Psiche fu ben accolta sull’Olimpo, anche da sua suocera poiché aveva ridonato il sorriso al figlio, lo stesso giorno fu allestito un banchetto nuziale per festeggiare la nuova coppia. Amore e Psiche avevano trovato la felicità, ed il loro figlio fu una splendida femminuccia, alla quale fu dato il nome di Voluttà.


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